3 dic 2017

C'è un nuovo Cristante in città


Gasperini è da sempre un maestro nel far rendere giocatori con corsa, un minimo di senso tattico e/o tecnica. I nomi resi rilevanti dal suo sistema di gioco negli anni sono innumerevoli, ma abbandonato il suo sistema (e, forse, il suo preparatore) capita che il loro rendimento cambi, anche radicalmente. All'Atalanta il tecnico di Grugliasco sta trovando uno dei picchi della sua carriera, e l'ultimo giocatore a godere del suo tocco magico è Bryan Cristante.

Ogni tanto va ricordato che Cristante è un classe 1995, quindi un giocatore ancora giovane, soprattutto alle latitudini italiane. Per intenderci, ha un anno in meno di Gagliardini. Sembra più vissuto perché ha avuto una certa pubblicità fin da adolescente, quando giocava nella cantera del Milan ed era considerato il talento del futuro per la mediana rossonera, tanto da esordire addirittura nel 2011, in Champions League. Gagliardini, per mantenere l'esempio, vede per la prima volta il campo con l'Atalanta dei grandi due anni dopo, nel 2013.
Questa precocità in un certo senso gli si è ritorta contro. L'etichetta di giovane talento ha un peso, soprattutto quando inizi a girare un paio di squadre senza trovare mai spazio. Si passa in fretta a sopravvalutato, giovane bruciato, e dopo Benfica, Palermo e Pescara sembrava proprio questo il destino del centrocampista nato a San Vito al Tagliamento. Invece a gennaio 2017 Gasperini lo sceglie per sostituire numericamente proprio Gagliardini, prelevato dall'Inter, e comincia un'altra storia.

Nelle giovanili del Milan Cristante era visto come un potenziale erede di Pirlo, vale a dire un regista basso, specializzato nel giocare davanti alla difesa in un centrocampo a tre, dettando i tempi dell'azione. E questo sembrava il suo unico ruolo (con l'eccezione di un paio di partite sotto la guida di Allegri, che lo ha schierato da interno), fino all'incontro (sì, lo ripeto ancora, ma è proprio una sliding door focale) con Gasperini. Il tecnico piemontese evidentemente ha delle capacità al limite della veggenza nel valutare i giocatori, e nell'ex rossonero ha visto un talento passato sostanzialmente inosservato: la capacità di corsa verticale e di inserimento.

Nei primi sei mesi a Bergamo in realtà Cristante si è più che altro ambientato. Ha trovato i minuti e la fiducia che gli sono sempre mancati e ha occupato il posto in mezzo al campo lasciato da Gagliardini, giocando insieme a Freuler e Kessié. Un po' di regia, un po' di movimento, apprendimento tattico e, a sorpresa, 3 gol per un pieno di autostima fondamentale per sbocciare. Infatti Bryan quest'anno ha fatto un deciso passo in avanti, prendendo per mano l'Atalanta anche in Europa League e ritagliandosi uno spazio da deciso protagonista.

Il Cristante versione 2017-2018 è però un giocatore mai visto prima. Gasperini nella sua nuova Atalanta gli ha ritagliato un ruolo nuovo, diverso sia da quello sempre ricoperto che da quello dei primi mesi. O meglio, magari non così diverso dal periodo iniziale in nerazzurro, ma più specializzato. Il numero 4 è diventato a tutti gli effetti l'uomo degli inserimenti, deputato a dare peso all'attacco e riempire l'area. Un giocatore molto dinamico, sempre in movimento. I gol che sta trovando non sono un caso, ma frutto di un piano preciso (escludendo ovviamente quelli di testa su calcio piazzato, la sua specialità): Cristante è diventato in nerazzurro l'erede di Franck Kessié, vale a dire l'uomo che galleggia tra centrocampo e attacco a seconda delle necessità, pur con caratteristiche proprie e diverse. Di sicuro un giocatore moderno, che può incidere sulla partita in diversi modi, rendersi utile in molti modi e adattarsi a diversi compagni mantenendo un certo standard.

Il massimo esempio della nuova vita di Cristante si è avuto nello storico 1-5 contro l'Everton. In questa gara ha giocato praticamente da seconda punta, attaccando sempre l'area palla al piede e inserendosi. Risultato: due gol e un rigore procurato. Col doppio mediano alle sue spalle (la coppia de Roon-Freuler) diventa libero di interpretare la fase offensiva come trequartista incursore, l'estremizzazione del lavoro di box-to-box. Il gol trovato contro il Benevento nasce proprio da questa impostazione, che conferma la nuova dimensione del giocatore. Ora anche riferimento e leader dell'Atalanta.
A un passo dal diventare una meteora Cristante ha trovato la sua strada, trasformandosi come giocatore. Come la crisalide che diventa farfalla.

30 nov 2017

Verdi non è un esterno


Ci sono dei giocatori la cui percezione comune è alterata. Questione di archetipi abusati, visione esclusiva di highlights o semplicemente convinzione che una formazione su carta sia fissa e immutabile quando si trasferisce su un campo vero. Anche Simone Verdi è vittima di uno di questi processi, o forse di tutti insieme.

Nel caso dell'attuale numero 9 (di maglia, non certamente di ruolo) del Bologna tutto nasce dal fatto che lo si è sempre visto occupare le zone laterali del campo. Per qualità tecniche e capacità di tiro infatti la collocazione sull'esterno sembrava probabilmente la migliore ai suoi primi allenatori per farlo giocare in uno contro uno. Non a caso al Milan quando si è affacciato alla prima squadra dopo la trafila delle giovanili lo misero sotto l'ala protettiva di Ronaldinho, un altro fantasista abituato a partire largo. Al Torino nella sua prima esperienza formativa lontano da Milano acuirono questa tendenza, facendolo giocare praticamente incollato alla linea: l'etichetta sul classe '92 arriva da qui, come anche la sua innegabile abitudine a partire da quella zona. C'è un termine in questo paragrafo che non è usato per caso: segnatevi fantasista, tornerà utile.

Ora arriviamo al dunque: Verdi gioca da esterno grazie alla sua capacità di muoversi e alla sua comprensione tattica, ma non è un esterno. Donadoni nel suo schieramento tattico gli ha ritagliato una nicchia precisa e particolare, che va compresa per non cadere in errori di valutazione sul giocatore.
Al Bologna è il regista offensivo della squadra, colui che sopperisce alle mancanze in costruzione soprattutto dei centrocampisti (come spiegato qui). A prescindere dalla collocazione nello schema scritto sulla distinta, in campo Verdi fa il regista, detta il ritmo dell'azione e si occupa di scegliere il fronte su cui sviluppare il gioco. Nella formazione dei rossoblù è nettamente più esterno classico Federico Di Francesco, giocatore che si esalta nei tagli, nell'uno contro uno e nelle azioni lungo il fondo, non a caso scelto tra i titolari da Donadoni per "compensare" il lavoro di Verdi.

Per quelli che sono i canoni dell'esterno di fascia infatti il nativo di Broni difetta dell'esplosività nel breve, quella che permette alle migliori ali nel mondo di essere decisive puntando i difensori, e anche dell'istinto naturale a cercare il fondo. Il suo stile di gioco è nettamente più votato alla costruzione di gioco da una parte e alla ricerca del tiro in porta dall'altra. Nel Bologna è comune vedere Verdi accorciare verso i centrocampisti, ricevere palla spalle alla porta e gestirla in modo da sviluppare il gioco dalla trequarti in su. Sta al suo estro poi decidere se cercare il dribbling, lo scambio corto, la porta o quella che è la sua specialità, il lancio lungo a cambiare gioco. Da notare che la sua totale ambidestria gli permette di giocare indifferentemente sui due lati del campo, regalando una certa imprevedibilità all'azione.

Verdi insomma fa il lavoro del fantasista, del trequartista organizzatore di gioco, ma partendo dall'esterno. La sua evoluzione naturale probabilmente è proprio in un ruolo più centrale sul campo, da dove potrebbe distribuire il gioco senza essere limitato dalla linea laterale e soprattutto cercare più scambi e puntare la porta con più efficacia. Perché, questo senza dubbio alcuno, tenere un giocatore con la sua tecnica e la sua capacità di tiro con entrambi i piedi in zona centrale vicino alla porta è un enorme deterrente per qualunque difesa.
Chi intende puntare su di lui deve saperlo. Tatticamente è un giocatore intelligente anche per movimenti in copertura, capace di metterci il fisico per quel che può, ma non ha la corsa dell'esterno di fascia, né i ripiegamenti profondi. Non è un caso che quando chiamato da Ventura con l'Italia un po' all'improvviso non abbia brillato: l'ex ct lo ha mandato in campo a fare l'esterno, senza considerare quello che Verdi sa e non sa fare (stessa cosa successa a Insigne, mutatis mutandis).


13 nov 2017

Il Brasile ha vinto i Mondiali 2018


Tite è liberissimo di fare tutti gli scongiuri noti agli stregoni brasiliani e anche altri a sua discrezione, ma l'eliminazione dallo spareggio dell'Italia di Ventura, oltre a rappresentare il punto più basso del calcio azzurro dal 1958, parla chiarissimo: il Brasile può solo vincere i prossimi Mondiali.

Il fallimento dell'Italia ha infatti una portata che travalica la "semplice" storia per ergersi a una vera e propria sfida al destino. Dal 1970 l'Italia aveva una cadenza regolare in termini di finali, sconfitte e vittorie. Parliamo di un arco temporale di quasi quarant'anni, quindi ben oltre la coincidenza. Tutto finito un freddo lunedì del novembre 2017 a San Siro, e ora il destino dovrà riannodare i suoi fili.

Ma passiamo al Brasile.
Già prima la storia parlava: finale con l'Italia e vittoria. Ora non c'è più l'ostacolo azzurro, quindi diventa più semplice.
Ma andiamo oltre. Nel 1958, anno come detto della prima e fino ad oggi ultima assenza dell'Italia dalla massima competizione per selezioni nazionali, indovinate un po' chi si portò a casa la coppa Rimet? Bravi, il Brasile guidato da Pelé (e Garrincha e gli altri straordinari 10 del tempo), che riusciva a sconfiggere la maledizione del '50 trovando il suo primo titolo.
Dettaglio amaro: i Mondiali del '58 si giocavano in Svezia, e proprio contro la squadra di casa i brasiliani giocarono e vinsero la finale.

Volete un'ultima coincidenza, così impegnate la casa alla più vicina agenzia di scommesse?
L'edizione precedente a quella svedese, vale a dire quella del 1954, era stata vinta dalla Germania. Non serve che vi ricordi i campioni in carica datati 2014.

6 nov 2017

La mediana perfetta, scartata dal Bayern



Premessa: il Bayern Monaco è una squadra forte. Anzi, una delle più forti d'Europa. E non da oggi, ma in epoca recente circa dal 2010. Cioè ai tempi della prima delle tre finali di Champions League disputate dalla squadra bavarese in quattro anni tra il 2010 e il 2014, prima che il Real Madrid imponesse il suo terzo ciclo vincente sulla coppa dei campioni.
E non per caso: in questo lasso di tempo gran parte degli elementi migliori della rosa della squadra tedesca, a prescindere dal tecnico in panchina, hanno raggiunto la loro maturità calcistica. Robben, Ribery, Boateng, Lahm, Schweinsteiger, Neuer, Müller, Alaba, insieme a Mandzukic, Lewandowski, Xabi Alonso, Javi Martinez e tutti quelli che hanno voluto comprare: stiamo parlando di gran parte della Germania campione del mondo nel 2014 assemblata a giocatori di spessore assoluto.
Il Bayern è un esempio di capacità gestionali, marketing, risultati sportivi e qualunque altra cosa voi vogliate aggiungere. Ma ha commesso degli errori sul mercato che forse avrebbero potuto cambiare il panorama anche in una società abituata a stazionare a un livello così alto. In particolare due.
Per due errori si intende la cessione di due giocatori, entrambi tedeschi con presenze nelle selezioni giovanili ad ogni livello, che hanno in comune l'essere stati formati nelle giovanili della più prestigiosa squadra di Germania e, curiosamente, un'esperienza formativa in prestito al Bayer Leverkusen.
Parliamo di Toni Kroos del Real Madrid ed Emre Can del Liverpool.

Kroos, classe 1990, non ha bisogno di presentazioni. Il suo palmares personale oggi assomma 22 titoli, una quantità che, se va bene, di solito hanno squadre intere. Un talento da sempre evidente ci ha messo, ad essere onesti, qualche anno a sgrezzarsi. Di sicuro quattro, vale a dire quelli tra l'esordio col Bayern, la maturazione col Bayer (senza la n finale, quello a Leverkusen) e il ritorno in Baviera. Nel frattempo da "semplice" trequartista e potenziale erede di Ballack l'uomo di Greifswald è diventato uno dei pochi centrocampisti capaci di fare davvero tutto, fuor di retorica. Regista basso, interno, mediano nel centrocampo a due, non fa differenza per Kroos: lui gioca ovunque e ovunque garantisce un rendimento stellare sia tecnico che fisico. Nel 2014, dopo un triplete col Bayern e un Mondiale con la Germania, passa al Real Madrid.
I motivi non sono mai stati del tutto chiari, ma è molto probabile che un giocatore dello spessore di Kroos cercasse una considerazione maggiore di quella che, fino a quel momento, gli stavano concedendo in terra tedesca.

Che anche Emre Can venga dalle giovanili del Bayern però se lo ricordano in meno. Il turco-tedesco classe 1994 sembrava proprio uno dei candidati a raccogliere il testimone lasciato da Kroos in terra bavarese, ma poi le cose sono andate diversamente.
Nasce addirittura centrale difensivo, si sviluppa da centrocampista e arriva ad esordire proprio nel 2012-2013, anno del triplete per i tedeschi. Poi passa, anche lui, alla succursale senza la n finale (dove indossa il 10, per una combinazione numero-nome che in italiano e fingendo che i numeri siano lettere può suonare discutibile) per trovare minuti e crescere. Il Bayern si tiene inizialmente un'opzione di recompra, che però poi abbandona. Così Emre Can nel 2014, anche lui, passa al Liverpool.
Oggi è una delle colonne della squadra, una presenza fissa nella nazionale tedesca e in generale un centrocampista centrale completo, che farebbe comodo a qualsiasi squadra in Europa.

Come detto, il Bayern è una squadra forte. Tipo tra le prime quattro d'Europa. Quindi non solo forte, ma al top assoluto. Quindi stiamo parlando di sfumature, dettagli, vale a dire esattamente quelli che dividono una squadra dal vincere la Champions League al semplice essere eliminati. Una mediana Can-Kroos sarebbe una garanzia per qualunque rosa al mondo, e quindi pure a Monaco. Dove avrebbero potuto averla gratis, invece di inseguire continuamente giocatori di altre squadre da pagare a peso d'oro. 

23 ott 2017

La Juventus è di nuovo tatticamente a metà



Una costante della Juventus di Allegri sembra essere la mancata definizione tattica, almeno a livello definitivo. Anche quest'anno infatti, quando la scorsa stagione sembrava aver segnato la via definitiva del 4-2-3-1, i bianconeri si trovano ancora a cercare la quadra e discutere di moduli e giocatori. Questo a prescindere dai risultati, che sono comunque sempre arrivati derubricando il discorso tattico a poco più di una curiosità.

Andiamo per sommi capi. Fin dal primo anno in cui il tecnico livornese ha raccolto il testimone di Antonio Conte si parla di moduli. Ai tempi sembrava intenzionato a impostare subito la difesa a 4, ma il modulo a 3 dava più certezze e solidità e allora la squadra è tornata al 3-5-2 lavorando progressivamente su altro.
Mandando avanti il nastro fino al 2016/2017 Allegri fin dal mercato sembrava voler puntare su un rombo, ancora un 3-5-2 o al massimo un 4-3-3, ma non trovando un assetto accettabile per il centrocampo ha deciso di varare il 4-2-3-1 inventando Mandzukic esterno di sinistra, modulo che poi lo ha portato a sfiorare un triplete. Resta però una soluzione estemporanea, nata da una situzione in un certo senso di emergenza, per cui la squadra non era stata costruita. E nel finale di stagione, soprattutto il Champions League, il tecnico è tornato a una difesa a tre più o meno mascherata sfruttando Dani Alves come pendolo e allargando Barzagli all'occorrenza come terzino destro.

Arrivati al mercato estivo del 2017 la strada sembrava a tutti abbastanza chiara: la Juventus avrebbe cercato uomini per il 4-2-3-1, in particolare esterni d'attacco. I ricambi sulle fasce infatti in rosa mancavano visto che la squadra era costruita per tutt'altro modulo, nello specifico per un attacco a due punte, e Dybala progressivamente era stato spostato in posizione centrale. Invece, ancora una volta, Allegri ha scelto di mettere in discussione il suo modulo tattico, cercando in particolare il 4-3-3.
L'acquisto simbolo di quest'idea è Blaise Matuidi. Il francese è un arrivo di spessore, ma il suo ambiente ideale è un centrocampo a tre, per quanto viste qualità ed esperienza poi possa adattarsi a tutto. Resta un innesto sintomatico del tarlo nella testa dell'allenatore, uno che, per dire, ha presentato a Coverciano una tesi proprio sui movimenti degli interni in un centrocampo a tre.

La Juventus insomma ha una rosa ampia in tutti i reparti, ma che sembra fatta apposta per tenere aperte più porte possibili. In ogni modulo si può trovare qualcosa che funziona bene e qualcosa che stona a seconda della direzione in cui si guarda. Una situazione che si protrae da un po' troppo tempo per essere del tutto casuale.

5 ott 2017

Alberto Rendo, il Perù e il giorno peggiore della sua vita


Argentina-Perù è una seconda opportunità per tutti: per Sampaoli, che dopo anni da carnefice condurrà la sua prima, grande battaglia dall'altra parte della barricata; per il Perù, che otto anni fa scivolò sotto la pioggia nel momento decisivo; per Messi, Di Maria e tutta la generazione che vive con i fantasmi dello scorso biennio e deve evitare il colpo di grazia della mancata qualificazione al suo ultimo mondiale; persino per la Bombonera, che fu il teatro della stessa sceneggiatura il 31 agosto del 1969 e non fu riuscì a piegare il verdetto. Non sarà una seconda opportunità solo per Brindisi, Rulli, Rendo e il resto della squadra che quel giorno affrontò il Perù alla Bombonera e, a distanza di quarantotto anni, parla ancora di quel giorno come il più grande trauma vissuto in carriera.
“E' stata la peggior esperienza della mia vita” ha raccontato Alberto Rendo, forse il più acclamato di quell'incompiuta Seleccion, in un'intervista che costituisce un capitolo del libro “Así Jugamos” di Borinsky e Vignone, sulle venticinque partite più iconiche della storia albiceleste. Rendo è l'ambasciatore di quella partita nel mondo: ha segnato un gol e ne porta ancora avanti il ricordo, descrivendo quelle ore nei minimi particolari.

Lo chiamano “Toscano” dal giorno in cui, da ragazzino, una zia lo accompagnò agli studi cinematografici della CIFA per un provino da attore in un film sulla pallacanestro. Il famosissimo attore e regista Armando Bó stava girando il film e quando lo vide, trovò in lui una somiglianza con Andrés “Toscanito” Poggio, un bimbo prodigio che qualche anno prima era diventato una celebrità in tutto il Paese girando “Pelota de Trapo”, la madre di quelle pellicole di direct cinema che prendevano spunto un po' dai racconti di Borocotó"su El Grafico, scelto come sceneggiatore, un po' dal neorealismo, e documentavano le giornate dei ragazzini poveri, sempre di corsa dietro al pallone. Del film non si fece nulla, ma fu un comunque un provino a cambiargli la vita: a 17 anni, quando lavorava ancora in una fabbrica di calzature, si allenò a Parque Patricios sotto gli occhi del teorico de “La Maquina” Carlos Peucelle, che telefonò in AFA e fece tenere da parte la numero sette dell'Albiceleste giovanile. Nel 1958 debuttò in Primera con la maglia dell'Huracan e segnò un doppietta. Diventò un giocatore fondamentale del campionato argentino e un referente assoluto del Globo, di cui peraltro era tifoso, con cui instaurò un rapporto d'amore reciproco che non venne rotto nemmeno dal suo passaggio al San Lorenzo nel 1965. Quando a Parque Patricios si seppe la notizia del trasferimento, i tifosi dell'Huracan si presentarono a bordo di due furgoni davanti a casa Rendo, a Pompeya, chiedendo al loro pupillo il motivo della partenza. Alberto, però, non ne sapeva nulla: all'epoca la volontà del giocatore valeva un decimo del peso specifico attuale, nell'economia di una trattativa, ed erano i soli presidenti ad aver voce in capitolo. Quello dell'Huracan, Carmelo Marotta, in cambio del suo gioiello intascò la cifra record di venticinque milioni di pesos più cinque giocatori, ma per la hinchada quemera non fu un'argomentazione sufficientemente valida per impedir loro di montare sulle camionette, dirigersi verso la casa funeraria gestita dal presidentissimo e prenderla a sassate. Rendo, dal canto suo, passò anni importanti anche al Cuervo, ammettendo di essere tifoso dei rivali, ma giurando che avrebbe difeso i nuovi colori come se fossero quelli del suo cuore. Nel 1968 vinse un Campionato Metropolitano nella squadra che passerà alla storia come i Matadores e fu proprio da giocatore del San Lorenzo che Rendo arrivò alla partita più importante della sua vita.

Il gironcino di qualificazione non fu dei più impietosi: Bolivia e Perù. Alla guida della Selección c'era una divinità vivente come Adolfo Pedernera, chiamato in corsa da una federazione già all'epoca disastrata mentre era allenatore dell'Independiente. L'ex leggenda riverplatense ricevette alcune critiche per le scelte nelle convocazioni, con cui chiamò principalmente i suoi uomini di fiducia al Rojo. E Rendo? “Se si fa male un centrocampista, lo porto”. Le prime due partite di qualificazione agli ordini di Pedernera furono un disastro: due sconfitte, entrambe in trasferta. Nel frattempo, il capitano Antonio Ubaldo Rattin, totem assoluto, ma ormai a fine corsa, si infortunò, lasciando spazio per le ultime due partite ad Alberto Rendo. “Toscano” era un calciatore di primissimo piano nel calcio argentino di quegli anni, ma pur essendo una presenza frequente in Albiceleste non riuscì mai a giocare un mondiale: nel '62 non venne chiamato pur essendo nel suo miglior periodo, nel '66 era un titolare, ma un litigio col “Toto” Lorenzo gli costò il viaggio in Inghilterra. Gli restava Mexico '70, per cui ancora tutto era in discussione: con due vittorie, l'Argentina sarebbe passata.
Contro la Bolivia non giocò, ma bastò un gol su rigore del Tucumano Albrecht per far sì che si decidesse tutto il 31 agosto 1969 alla Bombonera, contro il Perù. Con un solo risultato su tre a disposizione.

Ancora oggi, quella del pupillo di Pelè Teofilo Cubillas, di Hector Chumpitaz, del “Chito” De La Torre e del suo allenatore, Didi, viene ricordata come la migliore generazione della storia del fútbol andino. Ma Rendo non voleva e non vuole sentire storie: “Non erano dei crack come pensa la gente”. In campo, però, per i primi quarantacinque minuti sembrarono esserci solo i peruviani, e Rendo li osservava affamato dalla panchina. Talmente affamato che corse a muso duro da Challe, colpevole di lanciato la palla in testa a un argentino. Pedernera decise di metterlo in campo per il secondo tempo, appena in tempo per il vero inizio della partita: “El Cachito” Oswaldo Ramirez, il secondo miglior marcatore della storia della Liga Peruana, sbloccò subito le marcature. Fu un duro colpo, ma la presenza di Rendo aveva completamente cambiato la partita: l'Argentina aveva iniziato ad attaccare con più frequenza e proprio “Toscano”, un metro e sessantasei di tecnica alla soglia dei trent'anni, si inventò un rigore da manuale, agganciandosi con la gamba a un difensore avversario. Albrecht non fallì dal dischetto l'1-1. Ma il Perù, a dispetto di Rendo, era un avversario difficile da mettere in riga e Ramirez, uno che “non aveva ancora segnato prima di quel giorno”, mise il secondo. La partita sembrò sfuggire del tutto, ma Orlando De La Torre lasciò il Perù in dieci per un'ingenuità e l'attacco albiceleste si infiammò di nuovo: tacco di Yazalde per Rendo, che saltò due uomini, cercò la rete, trovò il palo e infine si avventò sulla ribattuta a porta vuota. 2-2, quando mancavano una manciata di minuti prima del fischio finale, e gli argentini si sentivano molto più vicini al lieto fine. Nell'ultimo minuto, infatti arrivò il gol: Marcos infilò in rete con un colpo di testa, ma l'arbitro non lo convalidò, apparentemente per fuorigioco di Perfumo, tanto che Rendo si fiondò dall'arbitro e lo apostrofò malamente. Il gol, però, era stato annullato per fallo di Yazalde sul portiere Rubiños, ultima scena di una partita da film.

Nello spogliatoio albiceleste l'atmosfera era tragica: in un angolo fumava Pedernera, al termine di un'avventura che non rese onore al maestro di calcio a tutto tondo che era stato sia da giocatore che da allenatore. Ebbe le sue responsabilità in quella disfatta, e non esitò un solo secondo a caricarsele sulle spalle, con la solita eleganza che fu l'essenza della squadra più forte del calcio argentino. Molti altri piangevano nello spogliatoio. Rendo, ancora in preda all'adrenalina della sua miglior partita in albiceleste, si infilò nel vapore della doccia e uscì diversi minuti dopo, quando a circondarlo rimasero prima le quattro mura dello spogliatoio vuoto, poi la stessa Bombonera vuota, poi la lunga strada che porta fino a Pompeya, percorsa tutta a piedi e passando dietro al campo dell'Huracan, vuoto pure quello, poi le quattro mura di una casa altrettanto vuota, e infine le coperte del suo letto, dove si rifugiò allucinato, mangiando una tavoletta intera di cioccolato.
Il Perù andò ai Mondiali e cadde ai quarti di finale contro un Brasile inarrivabile per chiunque. Paradossalmente, anche Rendo prese un aereo per il Messico, ma con un anno di ritardo: nel '71, dopo aver giocato altre ventotto partite con l'Huracan, si trasferì al Santos Laguna. Dopo quel pomeriggio, non vestì mai più la maglia albiceleste.




Foto: Mundo D - La Voz

15 set 2017

De Boer ha bisogno di un consigliere


Su Frank de Boer si possono dire molte cose, e sinceramente in Italia se ne dicono pure troppe visto che dopo, ma anche durante, la sua esperienza all'Inter è entrato nel gioco delle fazioni così tipiche del nostro paese. Tuttavia c'è una questione che lui dovrebbe assolutamente affrontare: trovarsi dei collaboratori in grado di consigliarlo nelle sue scelte. Non escludo li abbia già ora, che si parli di suo fratello, di ex compagni, amici o membri del suo staff, semplicemente ad oggi i loro consigli o non hanno attecchito o sono stati drammaticamente sbagliati. E troppi errori di fila alla fine si pagano.

Come ormai è noto a ogni latitudine, de Boer è stato esonerato dal Crystal Palace dopo il tempo record di 77 giorni e uno score orrendo che recita 0 punti e 0 gol segnati in 4 partite. Senza entrare nel merito della questione, l'errore dell'olandese sta a monte: de Boer non doveva accettare una squadra come il Palace. Anzi, ancora più a monte non doveva nemmeno pensare di allenare in Premier.
L'ex colonna di Ajax e Barcellona infatti gioca, o vorrebbe giocare, un calcio anni luce distante da quelli che sono tutti gli stilemi classici del calcio inglese. Andare ad allenare una squadra di fascia media in un campionato inadatto è il preludio a un fallimento annunciato, a meno di miracoli o radicali cambiamenti a livello personale in termini di idee. Nessuna delle due cose si è avverata, e l'avventura è stata un disastro, anche a causa di errori talmente clamorosi dei giocatori da sembrare voluti (e qui i tifosi dell'Inter potrebbero sentir suonare qualche campanello nella stanza dei ricordi).
Tanto per capirci, persino un allenatore con le capacità e il carisma di Guardiola, uno a cui chiaramente de Boer si ispira, dopo un anno al City ha rivisto alcune delle sue idee più classiche. Cosa pensava di poter fare de Boer allenando Lee Chung Yong, Loftus Cheek e Fosu-Mensah?

Qui, appunto, arriviamo al discorso del consigliere. Sbagliare in modo così chiaro ed evidente una scelta di carriera essendo praticamente appena uscito da un mezzo disastro all'Inter inizia ad essere preoccupante.
Nella scelta dei nerazzurri infatti de Boer aveva delle attenuanti che, tutto sommato, giustificavano i rischi: una possibilità probabilmente inaspettata dopo una certa attesa, per di più in una squadra di blasone, per quanto in difficoltà, con una nuova proprietà che sembrava sul punto di cambiare del tutto le carte in tavola. Poi sappiamo tutti com'è finita, a testimonianza del fatto che anche l'Inter sia stata una scelta sbagliata. Tra l'altro con un presupposto simile a quello del Palace: il calcio dell'olandese in Serie A è difficile da proporre e servono tutti i tasselli ambientali a posto.

Una scottatura, nella prima esperienza fuori dall'Olanda, poteva starci. La seconda di fila, ancora peggiore se possibile, indica che de Boer non capisce a cosa va incontro, per qualche motivo che ovviamente non possiamo sapere. E in realtà pure all'Ajax ha prolungato la sua esperienza per qualche anno di troppo quando poteva chiudere in bellezza.
Per farvi un esempio di un tecnico con una filosofia comunque forte che però ha saputo scegliere prendo Luis Enrique. Dopo i problemi a Roma è tornato nella Liga, dove il suo calcio poteva attecchire, e alla fine è tornato al Barcellona. Dopo aver vinto tutto potrebbe anche non allenare più ad alti livelli in stile Rijkaard.

Presunzione, convinzione delle sue idee, chiamatela come volete: al tecnico olandese serve assolutamente qualcuno che gli dia una percezione diversa e più precisa del reale, per evitare continui frontali coi muri. Altrimenti rischia di bruciarsi la carriera già adesso, con meno di 300 giorni da allenatore fuori dal suo Ajax. Certo, sull'esempio di quanto successo a Brian Clough potrebbe scriverci dei libri. Ad oggi ha materiale per due, rischia di diventare una saga.