25 apr 2017

Il Barcellona e il dilemma Messi

Il Barcellona è in un momento sportivo non semplice, specie per le altissime aspettative legate al club nell'ultimo decennio. Ma l'immediato futuro promette di essere ancora più complicato, per una serie di motivi tutti collegati a un solo nome: Lionel Messi.

Partendo dalle cose ovvie, le fortune del Barcellona negli ultimi anni sono strettamente legate al rendimento del suo fuoriclasse col numero 10, e di conseguenza ai suoi umori. Messi infatti ha un carattere particolare, probabilmente più difficile di quello che mediamente si pensa, che influenza parecchio il suo rendimento sul campo.
Coinvolgerlo e convincerlo sono in realtà i primi obiettivi di chiunque si voglia sedere sulla panchina dei blaugrana, perché se Messi è disposto a sacrificarsi e fare certe cose il panorama cambia anche in una rosa del livello del Barcellona. O meglio è più influente il rovescio della medaglia: una Pulce capricciosa comporta una serie di problemi tale da far crollare gran parte del castello malgrado una rosa del livello del Barcellona.
Non è un caso che la storia di Luis Enrique come allenatore sia totalmente cambiata quando Messi, per qualche motivo, ha deciso di tornare a giocare sull'esterno di destra, lasciando a Suarez il ruolo di centravanti. La stagione 2014-2015 non era iniziata così e senza quello spostamento solo in apparenza ininfluente è probabile che il Barcellona non avrebbe centrato il suo secondo triplete.
Come l'allenatore lo abbia convinto è una cosa che sanno solo Luis Enrique e il suo attaccante argentino. In compenso in questa stagione, a due anni di distanza, Messi ha presentato il conto: a un certo punto, ancora per motivi che può sapere solo lui, è entrato in sciopero e l'allenatore ha potuto solo adeguarsi, varando una formazione senza capo né coda col solo scopo di compensare tutto quello che Messi non aveva (più) voglia di fare. Se lo vedete giocare in questo periodo, il 10 è parecchio statico in zona centrale, o sulla trequarti o verso l'area di rigore, pur mantenendo la pericolosità propria dei fuoriclasse. Gli altri devono girargli attorno, sia per cercare spazi sia per coprire il campo (che molto spesso per il Barcellona di oggi è diventato lunghissimo).

Questo è il presente, e vede il Barcellona comunque in corsa per campionato e Copa del Rey, con "solo" un'eliminazione brutta e cocente in Champions League come ferita aperta. Ma i veri problemi inizieranno allo scadere della stagione 2016-2017. Vale a dire quando Messi entrerà nell'ultimo anno del suo contratto col club. Avere il proprio simbolo nonché uno dei migliori giocatori di sempre libero a zero nel 2018 ha fatto scattare tutti gli allarmi in casa catalana già da qualche mese. La situazione però è intricata, più di quanto tutti vorrebbero.

Messi attualmente è il giocatore che guadagna di più al mondo. E una fetta importante di questi guadagni viene dallo stipendio che gli versa mese per mese il suo club. L'argentino si è procurato questo riconoscimento sul campo, ma nel 2018 lui che è del 1987 avrà 31 anni e dovrà firmare l'ultimo contratto veramente importante della sua carriera. Il che, di solito, fa rima con cifra più alta possibile.
Il Barcellona cosa ne pensa? Il club, malgrado sia uno dei più ricchi al mondo per fatturato, non è in condizione di far firmare il suo fuoriclasse di riferimento in bianco, perché il bilancio è una cosa seria e Messi non è l'unico che deve essere pagato mensilmente. Anzi a quanto pare la dirigenza sarebbe proprio dell'idea di chiedere un sacrificio: ti abbiamo preso a 13 anni, ti abbiamo curato, ti abbiamo dato tutto, grazie anche a te del contributo, ma ora che sei all'ultimo contratto lungo ci fai uno sconto. Che magari vuol dire firmare "solo" per 25 o 30 milioni, ma comunque uno sconto.
Due posizioni chiaramente distanti, che infatti al momento non stanno trovando un punto di incontro. Schermaglie normali in affari di queste dimensioni? Forse, ma come dicevamo prima occhio al carattere di Messi: se le cose non vanno come dice lui può anche scegliere di chiudere i discorsi. A risentirci tra un anno, quando sarà praticamente in scadenza e con qualche offerta da capogiro per le mani come obbligo per i catalani.

E qui torniamo al discorso tecnico: Luis Enrique, vale a dire l'uomo che ha rivitalizzato il Barcellona post Guardiola anche grazie al suo rapporto con Messi, a fine stagione lascerà la panchina blaugrana. E il prossimo tecnico andrà scelto anche, se non solo, in base al gradimento di Messi, come già successo nel caso più evidente per Martino.
La scelta sarà indirettamente un elemento intangibile del rinnovo: la dirigenza cercherà di accontentare l'argentino per farlo rimanere o agirà in previsione di un suo possibile addio?

Il coltello dalla parte del manico sembra averlo Messi per status anche coi tifosi, influenza sui risultati, storia personale. Una tradizione del Barcellona però è cedere i propri simboli appena entrano in parabola discendente, per sostituirli con qualcuno degno di raccoglierne l'eredità. Messi, ad esempio, ha rilevato maglia e ruolo di Ronaldinho. E Neymar sembra non aspettare altro. Succederà ancora?

03 apr 2017

Se ne devono andare, tutti. Y lpqlp.


L'Argentina ha il potere di trasformare coloro che la seguono in persone anziane. Non per una strana maledizione che colpisce il fisico, quanto nella condanna tipica dell'età avanzata del ripetere sempre le stesse cose. Dimostrazione? A Novembre le suddette cose stavano così. Ma solo pochi mesi prima, vale a dire a Giugno (anzi, quasi Luglio) non è che la situazione fosse realmente diversa. Oggi, e siamo a Marzo 2017, meno di un anno dal post cronologicamente più vecchio, basterebbe un collage per descrivere ancora una volta il pantano in cui si è infilata la nazionale di Bauza.
Ripetere ancora, come i vecchi.

Il nodo cruciale del discorso è tristemente chiaro: se ne devono andare. Non chiedete chi, perché la risposta è semplicemente tutti. La crisi dell'Argentina infatti abbraccia ogni livello dei vari organi che compongono la nazionale.
I giocatori sono la punta dell'iceberg, ma non per questo vanno assolti. Anzi visti i loro cognomi l'accanimento è sostanzialmente minimo per quanto successo nell'ultimo triennio, di cui la gestione Bauza è nettamente il punto più basso. Riassumendo cose dette e stradette, serve aria nuova.
Di Maria merita un discorso a parte perché lui ha chiaramente un problema psicologico, tanto da aver cambiato numero di maglia per cercare una sorta di esorcismo personale. Ma appunto per questo non so se sia un bene caricarlo di ulteriori pressioni e aspettative: come può giocare un altro Mondiale senza impazzire?
Poi c'è Messi che ne merita un altro ancora perché è Messi, e se non altro ci prova davvero sempre.
Per limitarci ai senatori invece il concetto è tutto sommato semplice: Mascherano, Higuain e Agüero partita dopo partita sembrano sempre più uomini prima che giocatori che non hanno più nulla da dare alla camiseta albiceleste. Manca il fuoco, e soprattutto c'è la percezione netta che con questi giocatori l'Argentina sarà destinata a rimanere sempre questa, sempre più a fondo nelle stesse sabbie mobili, salvata solo occasionalmente da qualche guizzo (di Messi).
Il Jefecito, come già detto, non ne ha più, soprattutto a livello di durezza mentale, per stare in mezzo al campo a fare un certo lavoro. Saranno forse anche i 7 anni con oltre 300 presenze nel Barcellona, quasi tutte da difensore centrale, ad averlo cambiato, tecnicamente e psicologicamente, ma l'ultimo Mascherano in maglia albiceleste appare tremendamente in balia delle ondate avversarie. Come cercare di fermare un maremoto con una biglia.
Il Pipita quando cambia emisfero si trasforma non da Superman a Clark Kent, ma direttamente dal primo a Paperoga: in tutte le qualificazioni ai Mondiali 2018 (10 partite) ha segnato un solo gol. Meno di Mercado e Pratto. Cavani, il capocannoniere, è a 9. Ma oltre ai gol per chi lo vede giocare in Serie A colpisce la sua assenza dal gioco, la sua staticità, la sua incapacità di gestire il pallone.
Il Kun ha sempre faticato a trovare la sua nicchia nell'Argentina. Per la presenza di Messi non ha mai potuto essere la stella di riferimento, come sostituto di Higuain non ha mai convinto e come super subentrante il suo impatto è sempre stato limitato, per essere generosi. Dal 2015 però le cose sono peggiorate: un solo gol segnato tra amichevoli, qualificazioni e Copa America, contro Panama al novantesimo sul 4-0, prestazioni sempre più snervanti e abuliche, errori in serie. Un rapporto di fatto mai sbocciato, su cui è inutile accanirsi.

Tutto questo va eradicato per cercare di seminare qualcosa di nuovo. E allora spostiamo l'ottica a colui il quale doveva spargere con sapienza questi semi, un uomo che solo pochi mesi fa era visto come la nuova grande speranza dell'Argentina: Edgardo Bauza.
El Paton è subentrato al dimissionario Martino il 2 agosto 2016, meno di un anno fa. Rappresentava, senza mezzi termini, l'uomo della speranza: il suo curriculum parla per lui, in Argentina e in tutto il Sudamerica è un'istituzione e sembrava proprio la persona giusta, per capacità e carisma, per traghettare la Seleccion in un momento di difficoltà come se ne sono visti pochi. Invece non solo non è riuscito a portare correttivi, ma è diventato uno dei principali baluardi contro il rinnovamento.
Vi ricordate che nelle prime convocazioni sembrava irremovibile sull'esclusione di certi senatori per varare un nuovo corso? La scelta di puntare su Pratto, originariamente, veniva da qui: l'idea era di ridare spirito al gruppo con nomi nuovi, magari meno di grido, ma sicuramente vogliosi, in modo da ritrovare prima di tutto la chimica di squadra. Higuain, per fare un nome a caso, era stato tagliato senza nemmeno dscuterne. Tutto dimenticato, e anzi un tratto caratteristico della Seleccion attuale è proprio il ricorso quasi esclusivo ai giocatori con più esperienza, compresi elementi francamente sostituibili come Romero, Otamendi, Enzo Perez e Biglia. Col capolavoro della convocazione di Ezequiel Lavezzi nelle ultime tornate, un giocatore che sostanzialmente è in pensione dal 2015.
Poi c'è la questione tattica. Bauza nel suo quasi anno di lavoro non ha dato niente sul campo. L'Argentina è sempre più spenta, sempre più ferma, sempre più incapace di sviluppare un gioco organizzato. Solo iniziative dei singoli, sempre più esasperate, e poi ceri accesi ai più influenti tra i santi argentini per portare a casa qualcosa. Se pensate sia un'esagerazione, ci ha pensato Bauza ad esternare precisamente il concetto prima della gara contro la Bolivia.
Da ancora di salvezza a peso che fa arenare la barca, in brevissimo tempo. Senza nemmeno entrare nella questione Icardi, uno stucchevole teatrino, ma marginale rispetto al resto, Bauza è ormai una figura senza alcuna credibilità e quindi il primo che deve adarsene.

Infine, questo caos generale è chiaramente alimentato dall'alto. L'AFA è in una condizione assurda, esplosa in circostanze dai risvolti persino comici dalla morte di Julio Grondona, presidente della federazione dal 1979. Praticamente un dittatore. Finita la sua era, gli squali cresciuti nell'ombra si sono trovati a sbranarsi tra loro e una situazione generale già non semplice per motivi ambientali, politici, finanziari e quant'altro ha iniziato a scivolare sempre più nel grottesco. Lo sciopero indetto dalle squadre argentina di poche settimane fa, arrivato campionato in corso, è un sintomo grave di un problema che va persino oltre.
L'Argentina calcistica è in una crisi profondissima, di cui i risultati sono solo il sintomo esteriore.

29 mar 2017

Vincere in Bolivia è difficile, non impossibile



Dopo l'ennesimo tracollo dell'Argentina il commento più diffuso, dopo gli insulti ad allenatore, giocatori e famiglie, riguarda le condizioni avverse che i giocatori hanno dovuto affrontare allo stadio Hernando Siles di La Paz. Stadio in cui si gioca dal 1931, quindi in teoria non esattamente una condizione a sorpresa.
La struttura in cui la Bolivia gioca le gare casalinghe comunque ha la particolarità di trovarsi a 3.600 metri sopra il livello del mare: giusto per dare riferimenti geografici nostrani, un'altezza che supera il Gran Sasso e la Marmolada, e sfiora il Monviso (3.842 m). Giocare a La Paz insomma è difficile, sicuramente. A quell'altitudine l'aria è rarefatta e questo porta delle conseguenze: il pallone a causa della minor resistenza viaggia più veloce e con effetti imprevedibili, mentre i giocatori si trovano con un'ossigenazione ridotta che causa chiari problemi di tenuta atletica.
Una circostanza che negli anni si è provata ad affrontare in diversi modi, da viaggi più lunghi per abituare il corpo a viaggi più corti per risentirne il meno possibile fino a combinazioni di farmaci per stimolare la circolazione (tra cui il viagra), con risultati altalenanti tanto da non avere ancora oggi una ricetta sicura.
Quello che è sicuro è che persino la Fifa è conscia del problema, tanto da aver posto a 3.000 m di altitudine il limite per partite internazionali già dal 2007. L'Hernando Siles "sopravvive" grazie a una deroga speciale, ma in ogni caso gli stadi alternativi boliviani sarebbero stati oltre i 2.500 m, quindi simili all'Olimpico Atahualpa dove gioca l'Ecuador (2.850 m) e al Campin di Bogotà che ospita la Colombia (2.640 m). Di simili problematiche affrontate in questi impianti però si parla molto, ma molto meno.

Il problema quindi esiste e dicevamo che i commenti circa la sconfitta per 2-0 dell'Argentina hanno spinto molto in questa direzione. Il commentatore di Sky Andrea Marinozzi, per dirne uno, ha più volte sottolineato l'impossibilità di giocare in modo degno in simili condizioni ambientali. Per quanto sia sicuramente problematico, forse è meglio mettere le cose nell'ottica corretta.

La Bolivia di sicuro in casa è molto più forte che in trasferta, tanto che tutte le vittorie della verde nelle ultime tre tornate delle qualificazioni sudamericane ai Mondiali (2010, 2014 e 2018) sono arrivate tra le mura amiche, ma il livello resta comunque basso (forse drammaticamente visto che fuori casa non vincono da 53 partite) anche limitandoci all'ambito sudamericano. Tutti i giocatori convocati giocano in patria (e questo non fornisce grossi vantaggi al di là dell'abitudine all'altitudine) tranne 5, di cui solo uno in Europa, nel Göteborg. Il giocatore più rappresentativo nonché secondo miglior marcatore di tutti i tempi della Bolivia con 15 gol, è Marcelo Moreno Martins, che a 30 anni da compiere si disimpegna nel Wuhan Zhuoer Zhiye Zuqiu Julebu, in Serie B cinese. Nella sua esperienza europea a inizio carriera (Shakhtar, Werder Brema e Wigan) ha messo insieme 10 gol in 46 presenze in tutte le competizioni. Nulla a che vedere col livello medio della selezione argentina, forse nemmeno limitando la scelta agli elementi più giovani.
A migliorare le cose non concorre la gestione della federazione. La FBF infatti si è resa più volte protagonista di scelte assurde e si è distinta per la capacità di scelta degli allenatori, come potete sentire qui al minuto 47.
La Paz comunque, per quanto sia il terreno preferito della Bolivia, non è un fortino inespugnabile. A fronte delle 9 vittorie (più una derubricata a causa di una convocazione irregolare) dal 2007 ad oggi ci sono 7 pareggi e 6 sconfitte (più la vittoria ribaltata della parentesi precedente). Un bilancio positivo, ma che lascia margini di speranza agli ospiti. Evidentemente non all'Argentina, che non ci vince dal 2005 e ha vissuto la sconfitta storica del 6-1 datata 2009, con Maradona in panchina.

14 mar 2017

Lanús – River Plate, 4 febbraio 2017

Scritto da @HaRagioneNonno

Nel calcio succede, a volte, che Davide sconfigga Golia, proprio come nella leggenda biblica. Succede anche che, se Golia è il River Plate di Buenos Aires, la vittoria di Davide appaia ancora piú sorprendente. Bisogna peró essere onesti e dire che il Lanús non è più una squadra piccola del campionato argentino e del panorama sudamericano in generale. Dopo parecchi decenni passati nelle categorie minori, una volta raggiunta la Primera División, il Lanús ci è rimasto costantemente. Negli ultimi anni, poi, ha vinto quasi tutte le competizioni in cui ha giocato. Basta andarsi a vedere il palmarés per vedere la crescita impressionante di questo club di quartiere che ormai è diventato grande.

 Da qualche tempo a questa parte un gruppo di tifosi del Lanús mi ha praticamente adottato e mi porta a vedere tutte le partite. Era quindi impossibile rifiutare l’invito ad andare a vedere la finale della Supercopa Argentina, che si è giocata nel bellissimo stadio di La Plata.
Dopo aver accettato l’invito, ovviamente, nella settimana precedente alla partita, ho vissuto con fremente attesa il giorno dell’incontro. Il mio amico Gastón, tifosissimo del Lanús (e anche del Toro) ha voluto passare la giornata con me, e ho così potuto vivere pienamente l’atmosfera.
Partiamo in macchina da Buenos Aires a metà pomeriggio, passiamo a prendere un altro amico, e affrontiamo il viaggio verso La Plata, a una sessantina di chilometri dal centro della capitale. Il viaggio è carico di tensione, i ragazzi parlano delle altre finali, fanno i loro scongiuri, e percepisco che abbiano un po' di timore verso il River Plate. O forse è solo verso la storia del River Plate. La realtà di questi anni dice che anche il Lanús ha vinto tanto. Inizio a rendermi conto che vedrò una grande partita.

Arriviamo nei pressi dello stadio e dopo aver parcheggiato ci dirigiamo verso l’ingresso. Le stradine nei dintorni dello stadio sono già piene di gente granate che sta iniziando la sua festa. Quello che mi ha sempre colpito delle tifoserie argentine è il livello di festa che riescono a mettere in piedi in ogni situazione. Si nota davvero che per loro quei momenti sono magici. La loro squadra li rappresenta. È una comunione di persone che provengono quasi tutte dallo stesso quartiere, che sono cresciute insieme nel loro stadio. Che hanno vissuto momenti brutti, e che ora, quindi, si godono quelli belli con una gioia invidiabile. Si aprono i cancelli ed entriamo.

Lo stadio è diviso esattamente in due. Il nostro settore si va riempiendo velocemente. Più lentamente, invece, si riempie quello dedicato ai tifosi del River Plate. La tensione sale, e iniziano i cori da parte nostra. Sono circondato dal colore che amo e la cosa mi fa sentire a mio agio. Il settore continua a riempirsi velocemente e ben presto mi trovo in mezzo ad una vera e propria moltitudine di persone. L’arrivo della barrabrava è uno dei momenti più emozionanti. Tamburi, trombe e tanta gente. Sono il gruppo piú numeroso di tifosi. Quello organizzato. Scendono tutti insieme in mezzo al resto del pubblico e prendono posto in mezzo alla curva. La Barra 14 è il gruppo organizzato dei tifosi del Lanús. Colore e canzoni a non finire.
Nel frattempo la barra del River, Los Borrachos del Tablón, tarda ad arrivare. Il loro settore, invece, si sta ora riempiendo all’inverosimile. Riempiono anche i due settori laterali a loro dedicati. Noi siamo sicuramente meno dal punto di vista numerico, ma la battaglia di cori prima della partita è davvero emozionante. Le squadre escono per il riscaldamento e le due tifoserie esplodono di gioia. Passano vari minuti e la tensione a questo punto è alle stelle.

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Come dicevo, il tifo del Lanús è un tifo ben delineato. Quello del River Plate è invece difficile da definire. Essendo uno dei club più grandi del mondo, il suo tifo è trasversale. Nel frattempo si scatena un temporale di proporzioni bibliche, per rimanere in tema. Una pioggia incessante che rende, se possibile, ancora piú mistico il momento. Sicuramente, almeno per me, mistico lo è davvero. Le squadre scendono in campo appena dopo l’arrivo della barra del River, che ora canta in maniera incessante. Non me ne vogliano gli amici del Lanús, però è un momento magico. Credo di non aver mai visto, dal vivo, un tifo del genere. Quelli del River cantano in maniera incredibile ed è difficile, per noi, farci sentire. Vista la grande amicizia che lega il Toro e il River Plate devo dire che mi sento comunque a casa. Da un lato il colore granate, per cui oggi farò il tifo. Dall’altra parte il River, squadra a cui voglio bene e che rispetto tantissimo.

Il primo tempo della partita è ricco di occasioni per il Lanús, che si mangia due gol proprio sotto il nostro settore. Lo spettacolo delle tribune è altrettanto bello. Noi non smettiamo mai di cantare e altrettanto fanno loro. Il tempo scorre veloce e finisce il primo tempo. Finalmente un attimo di pausa. La gente si guarda perplessa. Un primo tempo molto ben giocato contro un River che non smette un attimo di pressare. Due gol falliti. La scaramanzia comincia a prendere piede. Il secondo tempo comincia e ora i tifosi del River fanno impressione. Cantano e saltano senza tregua. 25.000 persone circa che non mollano un momento. Il Lanús, però, non smette di giocare e si avvicina alla porta. Al 25’ minuto, poi, Lautaro “Laucha” Acosta, uno dei massimi idoli del granate, insacca il pallone con una sassata da dentro l’area di rigore. È il delirio. Da quel momento in poi è un monologo granate.
Arrivano il secondo ed il terzo gol e ormai il risultato è in cassaforte.

Come spesso accade in Argentina, la tifoseria della squadra che perde non ci sta. Quelli del River, adesso, si alzano tutti in piedi e cantano i loro cori piú forte di prima. Innalzano i loro colori e non mollano un secondo. Noi facciamo davvero fatica a farci sentire, nonostante il Lanús stia dominando la partita e abbia praticamente vinto la Supercopa e, di conseguenza, la sua sesta stella. Va in scena uno spettacolo meraviglioso. Due tifoserie che gridano con orgoglio e passione, con amore ai loro colori e per onorare uno sport. Per onorare lo sport piú bello del mondo. Perché anche se il terreno di gioco non è perfetto, anche se in campo non ci sono gli idoli palestrati del calcio da Playstation, o forse proprio per questo, lo spettacolo di oggi assume i contorni dell’autenticità. Qull’autenticità che tanto si va perdendo in altri posti.

Finisce la partita e noi esplodiamo di gioia. La gente si abbraccia e canta. Il trofeo andrà a Lanús e il miracolo di questa società continua. Mentre i giocatori vengono sotto la curva a festeggiare, dall’altra parte dello stadio nessuno se ne va. È festa anche fra chi ha perso, oggi. Per me è un’emozione enorme. Come dico sempre, di questo si tratta il calcio. Di questi momenti e di queste sensazioni. In fretta e furia viene organizzata la premiazione e i giocatori portano la coppa sotto il settore. Passano vari minuti e la festa continua. Ora sì il settore del River si svuota, mentre noi dobbiamo attendere dentro lo stadio. Ricomincia il diluvio mentre attendiamo di uscire. Poco importa se ci bagneremo, se dovremo camminare vari isolati sotto la pioggia per tornare alla macchina. Siamo felici e va bene così. Finalmente ci lasciano uscire e un fiume di gente si riversa nelle vie circostanti.

Il ritorno in macchina è una lunga carovana di auto e pullmini con bandiere granata ai finestrini. Attraversiamo vari quartieri e partono i cori verso la squadra di turno. Arriviamo a Lanús che sono ormai le 2 del mattino. La piazza della stazione è piena di tifosi che festeggiano e, come di rito, mi portano a mangiare in una pizzeria della stazione. È un covo storico di tifosi e ritrovo per il dopopartita.
Ancora una volta ho avuto la fortuna di vivere un giorno indimenticabile. Una bella partita, la vittoria di una coppa, due tifoserie magnifiche. Posso andare a dormire contento, sperando che presto mi possa ricapitare un giorno così.  


18 gen 2017

Dybala come Messi, nel bene e nel male

Tra le cose che Messi ha emulato di Maradona c'è la tendenza a veder nascere suoi eredi a cadenza più o meno regolare.
Basta che siano argentini, mancini (ma non è indispensabile), fisicamente compatti, con il dribbling nel sangue e una tecnica di un certo livello e il paragone sorge spontaneo, esattamente come succedeva con Diego nei decenni precedenti.
Per lo storico 10 del Napoli hanno ricevuto l'investitura, tra gli altri, Aimar, Ortega, D'Alessandro e Buonanotte, fino ad arrivare appunto a Messi. 
Per il 10 del Barcellona personaggi come Defederico, Iturbe e in tempi recenti, forse con qualche motivazione più solida, anche Dybala (poi ci sono tutti quelli nel resto del mondo, ma non divaghiamo).

La base tecnica del paragone Messi-Dybala è indiscutibile.
Oltre alle similitudini fisiche e all'avere il mancino come piede preferito, l'attaccante della Juventus è cresciuto esponenzialmente negli ultimi due anni, unendo un livello tecnico raro a un'ottima capacità di gioco, sia come movimenti, sia a livello di rifinitura, sia nelle conclusioni a rete.
L'approdo in nazionale argentina ha aggiunto un altro mattoncino alla costruzione e la consacrazione definitiva è arrivata con le parole di Bauza: "Dybala può sostituire Messi. Per come è cresciuto può prendere il suo posto". Poco importa che nella partita successiva (con Messi assente) si sia fatto espellere.
Fin qui solo cose positive. Il fatto è che in questa stagione, forse, sta emergendo che il paragone è ancora più profondo, arrivando a toccare la caratteristica di Messi che più fa discutere: la collocazione tattica.

Leo infatti, per quanto straordinario, non è un giocatore così facile da mettere in campo. Tendenzialmente a Barcellona ci sono riusciti, pur con degli anni di intermezzo da prima punta, ma soprattuto nell'Argentina, dunque in un contesto meno "perfetto" e coordinato, l'erede di Maradona è finito a giocare un po' ovunque. Esterno, prima punta, rifinitore, trequartista, l'unica cosa sicura era che al suo talento non si poteva rinunciare. Il percorso però si è rivelato più difficoltoso del previsto e i risultati, altalenanti per non dire deludenti al momento decisivo, hanno finito per alimentare discussioni di ogni genere ad ogni latitudine.
Dybala in questa stagione si trova in una situazione simile a quella che Messi vive con l'Argentina, ed è qui che subentra il lato negativo del paragone.

Il talento di Paulo non è in discussione, ma il suo rendimento ha risentito dei nuovi equilibri della squadra di Allegri. La Joya si è trovato nella condizione di dover modificare il suo modo di giocare, correndo di più, abbassandosi verso i centrocampisti, cucendo il gioco più che puntando la porta. Proprio come Messi in albiceleste. E allo stesso modo i suoi numeri sono crollati (per intenderci Messi col Barcellona ha 326 gol in 363 partite, con l'Argentina 57 in 116), aprendo la discussione sul ruolo: deve giocare più vicino alla porta? Deve fare il trequartista? Non può giocare con X e Y? Viene troppo limitato?
Probabilmente la Juventus deve ancora trovare il modo ideale di collocare Dybala. La squadra di Allegri non è certo cucita attorno a lui, e anzi per certi versi al suo posto starebbe ancora benone uno come Carlitos Tevez, più fisico, più abituato a svariare per il campo.
L'attuale Juventus in un certo senso è ancora la squadra di Conte, col 3-5-2 come modulo di riferimento. Senza però la qualità a centrocampo dei vari Pirlo, Vidal e Pogba la sofferenza di Dybala è evidente, e da seconda punta si trova a correre indietro per cercarsi palloni giocabili. Con la difesa a 4 invece, modulo che Allegri alterna, ma che non ha ancora una dimensione definitiva, da esterno non ha il fisico, da prima punta non può giocare vista la concorrenza e da trequartista appare limitato, troppo lontano dalla porta.
Un dilemma tattico di non così semplice soluzione, anche se Dybala con le sue qualità il modo di fare qualcosa di utile lo troverà sempre.
In futuro troverà una squadra che lo metta al centro e gli permetta di esaltare le sue caratteristiche?

18 nov 2016

Lucas Alario

“El Pipa vieja, el Pipa vieja!”, perché scomodare illustri autori, quando bastano le parole di un tifoso in preda al delirio pochi secondi dopo uno dei più memorabili gol della storia del River Plate? Lucas Alario, el Pipa, con quella rete ha impresso il proprio autografo sulla vittoria della Copa Libertadores e sulla storia di uno dei club più celebri del Sudamerica, trasformandosi tutto d’un tratto da meteora semi-sconosciuta ad attaccante dal pedigree di primo livello. Non male, per chi pochi mesi prima lottava per salvare il Colon dal purgatorio della B Nacional.

Nato nel nord della provincia di Santa Fe, di Alario si può dire molto, ma non che sia un predestinato, perché un ventiduenne classe ’92, che segna 12 gol in 58 apparizioni con il Colon, non rientra propriamente nella categoria. Dopo l’esordio a 19 anni il centravanti di Tostado colleziona infatti soltanto 11 presenze in tre stagioni tra le fila del Sabalero. Confinato in Reserva e dimenticato dalla prima squadra, nel 2013 trova inaspettatamente la titolarità nella Primera Division argentina grazie alla moria delle punte a disposizione di Osella, segnando 3 reti in 21 presenze. Un modesto contributo, vano nel tentativo di far risalire il Colon nella classifica del promedio, nonostante la rete allo scadere dell’ultima giornata contro l’Olimpo, che regala il jolly dello spareggio, poi perso, contro l’Atletico Rafaela.


L’anno successivo ottiene piena fiducia, ma è la B Nacional e Alario è costretto a saltare buona parte della stagione causa infortunio, rientrando soltanto per l’ultima partita contro il Boca Unidos, decisiva per la promozione del club.
Nel ritorno in Primera Division il centravanti santafesino, complice un altro infortunio, riesce a giocare soltanto 10 partite, mettendo a segno 3 reti. Cifre normali, quasi tristi per un giovane attaccante, ma non abbastanza per spaventare Marcelo Gallardo, che vede in lui il sostituto ideale per la punta di diamante del suo River: Teofilo Gutierrez. Un compito ingrato, soprattutto alla vigilia delle semifinali di Libertadores.

In Argentina in molti si sono interrogati riguardo a cosa abbia visto Gallardo in quell’attaccante semisconosciuto, un po’ sgraziato e poco efficace. C’è chi racconta che se ne sia invaghito nel 2014, durante un River-Colon agli albori della sua avventura millonaria, chi dice che sia arrivata una sponsorizzazione da un certo Cesar Luis Menotti, vecchia conoscenza del vice-presidente Patanian, al quale avrebbe riferito: “Lucas Alario è il miglior giocatore del futbol argentino, l’ideale per il River”. Con Teo su un volo intercontinentale diretto a Lisbona, scegliere Alario non si può definire una scelta coraggiosa, quanto piuttosto una scelta folle. Ma il Muneco nella sua esperienza sulla panchina del River Plate ha abituato a colpi ad effetto da trequartista, sorprendendo tutti con richieste all’apparenza insensate e rivelatesi in seguito scommesse vinte a mani basse. Alario, in questo senso, è stato l’erede di Pisculichi, il primo vero grande colpo del Gallardo manager a tutto tondo.

Il resto è storia ormai nota: a pochi giorni dall’approdo a Buenos Aires il centravanti ex-Colon risulta decisivo per la conquista della Copa Libertadores, grazie a prestazioni solide quanto sorprendenti, condite da 2 assist e altrettanti gol nelle quattro partite finali della competizione.

Effetto Gallardo? O più semplicemente la maturità? Chissà, ma da quando veste la maglia della Banda, Alario si è trasformato in uno dei centravanti più interessanti dell’intero panorama sudamericano, mettendo in mostra un bagaglio tecnico, tattico e atletico di tutto rispetto, valorizzato da gol e personalità. Si legge spesso di attaccanti moderni e, se la categoria effettivamente esiste, la punta del River è senza ombra di dubbio tra questi.

Sembra lento, poco mobile, tecnicamente ruvido, senza spunti, però ogni tanto fa gol. Anzi, segna con una certa frequenza. Tutto sommato non è molto lento e forse a livello tecnico non è così male. Qualche sponda in effetti gli riesce. Guarda, anche un dribbling. Questa l’ha spizzata ancora lui? Ma il numero tredici, quello che pressa adesso, è Alario? Come? Ha segnato Alario? Ancora?

Non è il Bichi Fuertes, l’attaccante di riferimento per qualsiasi aspirante centravanti nato in provincia di Santa Fe e tifoso del Colon, è decisamente meglio. Non è neppure Lewandowski, il giocatore europeo a cui viene accostato spesso in patria, ma in effetti il paragone può essere calzante. È un giocatore dal potenziale ancora inespresso, un po’ in ritardo sulla tabella di marcia, ma che in carriera ha dimostrato di avere la testa e le qualità per ambire all’Europa e al calcio che conta del vecchio continente.
Sotto la saggia guida di Gallardo ha compiuto passi da gigante, affinandosi come punta a tutto tondo, capace con la stessa facilità di giocare sapientemente spalle alla porta e aggredire gli spazi. È un maestro nel “pivotear”, come un vecchio centravanti, e ha l’intelligenza per muoversi con e senza palla, riuscendo ad adattarsi a seconda del compagno di reparto. Senza abusarne, ha dribbling, anche nello stretto, ed è molto più veloce di quanto dia a vedere. Sotto porta è una sentenza e, nonostante arrivi a fatica al metro e ottanta, nel gioco aereo è un pericolo costante. Ma a fare la differenza sono la personalità e la capacità di dare il meglio sotto pressione, come dimostrato in Copa Libertadores.

L’impressione è che sia un giocatore nato per essere sottovalutato, sempre lontano dai riflettori e da apprezzare innanzitutto per intelligenza, personalità e applicazione messe costantemente in campo. Proprio per questi motivi, non stupisce il crescente interesse da parte dei club europei, così come non sorprende la convocazione nella Seleccion da parte di Bauza. Una chiamata criticata, anche aspramente, in Italia e in Europa, ma mai messa in discussione in patria. Ora che Alario sembra aver trovato continuità anche dal punto di vista fisico (i continui infortuni sembrano un lontano ricordo), il trasferimento dall’altra parte dell’Oceano è ormai questione di tempo, prezzo permettendo. Perché è lo stesso tifoso in tribuna durante la finale contro i messicane del Tigres ad aver fissato la cifra, pochi secondi dopo il boato del gol: “Lo vendemo’ a 50 millone’ de dolaré… 80 millone’ de dolaré vieja!”.

15 nov 2016

L'Argentina e la necessità di voltare pagina

Ci sono dei momenti nella vita, o meglio nella storia di una squadra di calcio in cui è importante avere la forza di girare pagina invece di sperare nell'ultimo guizzo. Non è facile per affetto, ottica, voglia di rivalsa di un gruppo che ha personalità e mezzi per imporsi, ma osservando il tutto in modo più freddo e distaccato risulta chiaro come i rischi del rimanere attaccati al passato superino di molto i benefici, specie se si deve lavorare per un obiettivo lontano qualche anno.
L'Argentina si trova esattamente in un momento in cui è necessario girare pagina, tagliare col passato e ricominciare. Anzi, il momento è passato da poco, l'occasione era servita sul tavolo, e si è scelto invece di attaccarsi a questo passato, imboccando una china pericolosissima.

Oggi è facile dare a Edgardo Bauza le colpe per un'Argentina inguardabile, in una crisi di gioco prima ancora che di risultati che non si vedeva da almeno vent'anni. La squadra che con Sabella è arrivata alla finale del Mondiale 2014, in primis per spirito e coesione, è lontana anni luce dal vuoto simulacro che va in campo oggi, Ma il Paton è un bersaglio sbagliato visto che è in carica dal primo Agosto 2016: impensabile che sia un tecnico con la sua storia professionale ad aver distrutto in così poco tempo una squadra che, pur perdendo, si è dimostrata ai vertici del calcio sudamericano e mondiale negli ultimi tre anni.
Semplicemente, tralasciando i discorsi sulla gestione dell'AFA, questo gruppo della Seleccion è arrivato alla fine della corsa, e insistere a chiamarli per l'importanza del cognome (perché sono cognomi importanti, non c'è dubbio) è solo accanimento terapeutico. L'espressione inglese "beating a dead horse" rende bene l'immagine.
Tre sconfitte in finale in tre anni, per di più con dinamiche simili, minerebbero l'ambiente di ogni gruppo. Troppo cocenti, troppo concentrate nel tempo, troppo segnate dalla presenza o meglio dall'assenza non effettiva, ma a livello di incisività di certi giocatori. Per di più subirle in un periodo storico in cui l'Argentina non vince nulla dal 1993, con l'esclusione degli ori olimpici, malgrado abbia spesso avuto selezioni con un tasso medio di talento altissimo (non ultima la generazione attuale), e con in campo l'erede designato di Maradona, che coi club fa incetta di titoli ogni anno, rende il tutto un picco negativo sostanzialmente leggendario. Non sempre si fa la storia dal lato che si vorrebbe, e questi giocatori lo stanno imparando a loro spese.

Quello che serve all'Argentina è un taglio netto con i protagonisti degli ultimi anni. Magari non tutti, perché Messi comunque serve come elemento di riferimento, ma quasi. Un ambiente nuovo, giocatori affamati sia di vittorie che di presenze con la maglia albiceleste, può solo portare cose positive, a ricostruire una squadra e soprattutto una nuova speranza in ottica 2018.
Perché, tra le altre cose, va ricordato che l'ottica attuale dell'Argentina come di tutte le nazionali del mondo è il Mondiale in Russia. La generazione delle sconfitte è figlia degli anni '80 in tutti i suoi elementi principali: significa che nel 2018 sarebbero tutti ultratrentenni all'ultima corsa appesantiti dal fardello di avere un unico risultato, la vittoria, per di più covato dentro per lunghi, lunghissimi anni con le partite di qualificazione da giocare. Un do or die con spiccata propensione verso la seconda scelta.
L'occasione per chiudere un capitolo era servita dopo la Copa America Centenario. Lo scoramento della terza sconfitta in tre anni aveva portato i vari Messi, Agüero, Higuain, Di Maria e Mascherano a pensare al ritiro dalla nazionale, proprio loro che ne sono gli elementi più rappresentativi. Ecco in quel momento invece di movimenti popolari per richiamarli serviva un tecnico con la forza di escluderli, per voltare pagina e fondare una nuova Seleccion. Una cosa che, forse, solo Marcelo Bielsa avrebbe potuto prima concepire e poi portare avanti.
Si è continuato a insistere e oggi l'Argentina si è sgonfiata come un soufflé venuto male.

Il più grande esempio di squadra, anzi di nazione che ha deciso in modo netto di tagliare col passato e chiudere un capitolo viene dai rivali di sempre degli albiceleste. Il Brasile del '50 è il modello della squadra passata alla storia dal lato sbagliato, e che appunto per questo è stata rigettata, smembrata e maledetta, come ha scoperto sulla sua pelle il portiere Moacir Barbosa. Tanto che la Seleção ha persino cambiato maglia dopo la "finale" con l'Uruguay.
Un caso sicuramente estremo, che però ha permesso al Brasile di rinascere, di scoprire una nuova generazione casualmente composta da fenomeni e nel giro di poco tempo di diventare la squadra che conosciamo noi, cioè coloro che non hanno vissuto il '50, ma solo l'epopea successiva della nazionale pentacampeão (che vincerà le edizioni '58, '62 e '70).
Un esempio, il più clamoroso, ma non l'unico. Per citarne un altro la Germania nel 2002 perde la finale del Mondiale (contro il Brasile) e rivede completamente il suo sistema calcio a livello federale, rivoluzionando la struttura della nazionale dalle radici ai giocatori convocati. La nuova generazione ha vinto il Mondiale 2014, inutile che vi ricordi contro chi.

L'Argentina oggi è una squadra di grandi nomi, totalmente svuotati della personalità. Questione di testa, voglia, fame.
Nelle ultime partite è risultato tristemente evidente che anche Mascherano, il capitano morale, ha mollato. Non a parole, ma con l'atteggiamento in campo: mai visto così remissivo, rassegnato alla sconfitta e all'impossibilità di opporsi al destino. Del resto proprio lui, nelle sue oltre 130 presenze, ha perso ben 5 finali con la maglia albiceleste. Un peso enorme, che ha finito per schiacciarlo.
Senza un cambiamento netto di uomini e quindi mentalità il 1993 rimarrà ancora l'ultimo anno vincente per l'Argentina. Il capitano era Oscar Ruggeri, un nome ormai da googlare per la maggior parte degli appassionati di calcio, e i giovani si chiamavano Redondo, Simeone e Batistuta. Per intenderci, nel calcio non c'erano ancora le maglie personalizzate. Sarebbero state introdotte due anni dopo. Praticamente un'era fa.