05 ott 2017

Alberto Rendo, il Perù e il giorno peggiore della sua vita


Argentina-Perù è una seconda opportunità per tutti: per Sampaoli, che dopo anni da carnefice condurrà la sua prima, grande battaglia dall'altra parte della barricata; per il Perù, che otto anni fa scivolò sotto la pioggia nel momento decisivo; per Messi, Di Maria e tutta la generazione che vive con i fantasmi dello scorso biennio e deve evitare il colpo di grazia della mancata qualificazione al suo ultimo mondiale; persino per la Bombonera, che fu il teatro della stessa sceneggiatura il 31 agosto del 1969 e non fu riuscì a piegare il verdetto. Non sarà una seconda opportunità solo per Brindisi, Rulli, Rendo e il resto della squadra che quel giorno affrontò il Perù alla Bombonera e, a distanza di quarantotto anni, parla ancora di quel giorno come il più grande trauma vissuto in carriera.
“E' stata la peggior esperienza della mia vita” ha raccontato Alberto Rendo, forse il più acclamato di quell'incompiuta Seleccion, in un'intervista che costituisce un capitolo del libro “Así Jugamos” di Borinsky e Vignone, sulle venticinque partite più iconiche della storia albiceleste. Rendo è l'ambasciatore di quella partita nel mondo: ha segnato un gol e ne porta ancora avanti il ricordo, descrivendo quelle ore nei minimi particolari.

Lo chiamano “Toscano” dal giorno in cui, da ragazzino, una zia lo accompagnò agli studi cinematografici della CIFA per un provino da attore in un film sulla pallacanestro. Il famosissimo attore e regista Armando Bó stava girando il film e quando lo vide, trovò in lui una somiglianza con Andrés “Toscanito” Poggio, un bimbo prodigio che qualche anno prima era diventato una celebrità in tutto il Paese girando “Pelota de Trapo”, la madre di quelle pellicole di direct cinema che prendevano spunto un po' dai racconti di Borocotó"su El Grafico, scelto come sceneggiatore, un po' dal neorealismo, e documentavano le giornate dei ragazzini poveri, sempre di corsa dietro al pallone. Del film non si fece nulla, ma fu un comunque un provino a cambiargli la vita: a 17 anni, quando lavorava ancora in una fabbrica di calzature, si allenò a Parque Patricios sotto gli occhi del teorico de “La Maquina” Carlos Peucelle, che telefonò in AFA e fece tenere da parte la numero sette dell'Albiceleste giovanile. Nel 1958 debuttò in Primera con la maglia dell'Huracan e segnò un doppietta. Diventò un giocatore fondamentale del campionato argentino e un referente assoluto del Globo, di cui peraltro era tifoso, con cui instaurò un rapporto d'amore reciproco che non venne rotto nemmeno dal suo passaggio al San Lorenzo nel 1965. Quando a Parque Patricios si seppe la notizia del trasferimento, i tifosi dell'Huracan si presentarono a bordo di due furgoni davanti a casa Rendo, a Pompeya, chiedendo al loro pupillo il motivo della partenza. Alberto, però, non ne sapeva nulla: all'epoca la volontà del giocatore valeva un decimo del peso specifico attuale, nell'economia di una trattativa, ed erano i soli presidenti ad aver voce in capitolo. Quello dell'Huracan, Carmelo Marotta, in cambio del suo gioiello intascò la cifra record di venticinque milioni di pesos più cinque giocatori, ma per la hinchada quemera non fu un'argomentazione sufficientemente valida per impedir loro di montare sulle camionette, dirigersi verso la casa funeraria gestita dal presidentissimo e prenderla a sassate. Rendo, dal canto suo, passò anni importanti anche al Cuervo, ammettendo di essere tifoso dei rivali, ma giurando che avrebbe difeso i nuovi colori come se fossero quelli del suo cuore. Nel 1968 vinse un Campionato Metropolitano nella squadra che passerà alla storia come i Matadores e fu proprio da giocatore del San Lorenzo che Rendo arrivò alla partita più importante della sua vita.

Il gironcino di qualificazione non fu dei più impietosi: Bolivia e Perù. Alla guida della Selección c'era una divinità vivente come Adolfo Pedernera, chiamato in corsa da una federazione già all'epoca disastrata mentre era allenatore dell'Independiente. L'ex leggenda riverplatense ricevette alcune critiche per le scelte nelle convocazioni, con cui chiamò principalmente i suoi uomini di fiducia al Rojo. E Rendo? “Se si fa male un centrocampista, lo porto”. Le prime due partite di qualificazione agli ordini di Pedernera furono un disastro: due sconfitte, entrambe in trasferta. Nel frattempo, il capitano Antonio Ubaldo Rattin, totem assoluto, ma ormai a fine corsa, si infortunò, lasciando spazio per le ultime due partite ad Alberto Rendo. “Toscano” era un calciatore di primissimo piano nel calcio argentino di quegli anni, ma pur essendo una presenza frequente in Albiceleste non riuscì mai a giocare un mondiale: nel '62 non venne chiamato pur essendo nel suo miglior periodo, nel '66 era un titolare, ma un litigio col “Toto” Lorenzo gli costò il viaggio in Inghilterra. Gli restava Mexico '70, per cui ancora tutto era in discussione: con due vittorie, l'Argentina sarebbe passata.
Contro la Bolivia non giocò, ma bastò un gol su rigore del Tucumano Albrecht per far sì che si decidesse tutto il 31 agosto 1969 alla Bombonera, contro il Perù. Con un solo risultato su tre a disposizione.

Ancora oggi, quella del pupillo di Pelè Teofilo Cubillas, di Hector Chumpitaz, del “Chito” De La Torre e del suo allenatore, Didi, viene ricordata come la migliore generazione della storia del fútbol andino. Ma Rendo non voleva e non vuole sentire storie: “Non erano dei crack come pensa la gente”. In campo, però, per i primi quarantacinque minuti sembrarono esserci solo i peruviani, e Rendo li osservava affamato dalla panchina. Talmente affamato che corse a muso duro da Challe, colpevole di lanciato la palla in testa a un argentino. Pedernera decise di metterlo in campo per il secondo tempo, appena in tempo per il vero inizio della partita: “El Cachito” Oswaldo Ramirez, il secondo miglior marcatore della storia della Liga Peruana, sbloccò subito le marcature. Fu un duro colpo, ma la presenza di Rendo aveva completamente cambiato la partita: l'Argentina aveva iniziato ad attaccare con più frequenza e proprio “Toscano”, un metro e sessantasei di tecnica alla soglia dei trent'anni, si inventò un rigore da manuale, agganciandosi con la gamba a un difensore avversario. Albrecht non fallì dal dischetto l'1-1. Ma il Perù, a dispetto di Rendo, era un avversario difficile da mettere in riga e Ramirez, uno che “non aveva ancora segnato prima di quel giorno”, mise il secondo. La partita sembrò sfuggire del tutto, ma Orlando De La Torre lasciò il Perù in dieci per un'ingenuità e l'attacco albiceleste si infiammò di nuovo: tacco di Yazalde per Rendo, che saltò due uomini, cercò la rete, trovò il palo e infine si avventò sulla ribattuta a porta vuota. 2-2, quando mancavano una manciata di minuti prima del fischio finale, e gli argentini si sentivano molto più vicini al lieto fine. Nell'ultimo minuto, infatti arrivò il gol: Marcos infilò in rete con un colpo di testa, ma l'arbitro non lo convalidò, apparentemente per fuorigioco di Perfumo, tanto che Rendo si fiondò dall'arbitro e lo apostrofò malamente. Il gol, però, era stato annullato per fallo di Yazalde sul portiere Rubiños, ultima scena di una partita da film.

Nello spogliatoio albiceleste l'atmosfera era tragica: in un angolo fumava Pedernera, al termine di un'avventura che non rese onore al maestro di calcio a tutto tondo che era stato sia da giocatore che da allenatore. Ebbe le sue responsabilità in quella disfatta, e non esitò un solo secondo a caricarsele sulle spalle, con la solita eleganza che fu l'essenza della squadra più forte del calcio argentino. Molti altri piangevano nello spogliatoio. Rendo, ancora in preda all'adrenalina della sua miglior partita in albiceleste, si infilò nel vapore della doccia e uscì diversi minuti dopo, quando a circondarlo rimasero prima le quattro mura dello spogliatoio vuoto, poi la stessa Bombonera vuota, poi la lunga strada che porta fino a Pompeya, percorsa tutta a piedi e passando dietro al campo dell'Huracan, vuoto pure quello, poi le quattro mura di una casa altrettanto vuota, e infine le coperte del suo letto, dove si rifugiò allucinato, mangiando una tavoletta intera di cioccolato.
Il Perù andò ai Mondiali e cadde ai quarti di finale contro un Brasile inarrivabile per chiunque. Paradossalmente, anche Rendo prese un aereo per il Messico, ma con un anno di ritardo: nel '71, dopo aver giocato altre ventotto partite con l'Huracan, si trasferì al Santos Laguna. Dopo quel pomeriggio, non vestì mai più la maglia albiceleste.




Foto: Mundo D - La Voz

15 set 2017

De Boer ha bisogno di un consigliere


Su Frank de Boer si possono dire molte cose, e sinceramente in Italia se ne dicono pure troppe visto che dopo, ma anche durante, la sua esperienza all'Inter è entrato nel gioco delle fazioni così tipiche del nostro paese. Tuttavia c'è una questione che lui dovrebbe assolutamente affrontare: trovarsi dei collaboratori in grado di consigliarlo nelle sue scelte. Non escludo li abbia già ora, che si parli di suo fratello, di ex compagni, amici o membri del suo staff, semplicemente ad oggi i loro consigli o non hanno attecchito o sono stati drammaticamente sbagliati. E troppi errori di fila alla fine si pagano.

Come ormai è noto a ogni latitudine, de Boer è stato esonerato dal Crystal Palace dopo il tempo record di 77 giorni e uno score orrendo che recita 0 punti e 0 gol segnati in 4 partite. Senza entrare nel merito della questione, l'errore dell'olandese sta a monte: de Boer non doveva accettare una squadra come il Palace. Anzi, ancora più a monte non doveva nemmeno pensare di allenare in Premier.
L'ex colonna di Ajax e Barcellona infatti gioca, o vorrebbe giocare, un calcio anni luce distante da quelli che sono tutti gli stilemi classici del calcio inglese. Andare ad allenare una squadra di fascia media in un campionato inadatto è il preludio a un fallimento annunciato, a meno di miracoli o radicali cambiamenti a livello personale in termini di idee. Nessuna delle due cose si è avverata, e l'avventura è stata un disastro, anche a causa di errori talmente clamorosi dei giocatori da sembrare voluti (e qui i tifosi dell'Inter potrebbero sentir suonare qualche campanello nella stanza dei ricordi).
Tanto per capirci, persino un allenatore con le capacità e il carisma di Guardiola, uno a cui chiaramente de Boer si ispira, dopo un anno al City ha rivisto alcune delle sue idee più classiche. Cosa pensava di poter fare de Boer allenando Lee Chung Yong, Loftus Cheek e Fosu-Mensah?

Qui, appunto, arriviamo al discorso del consigliere. Sbagliare in modo così chiaro ed evidente una scelta di carriera essendo praticamente appena uscito da un mezzo disastro all'Inter inizia ad essere preoccupante.
Nella scelta dei nerazzurri infatti de Boer aveva delle attenuanti che, tutto sommato, giustificavano i rischi: una possibilità probabilmente inaspettata dopo una certa attesa, per di più in una squadra di blasone, per quanto in difficoltà, con una nuova proprietà che sembrava sul punto di cambiare del tutto le carte in tavola. Poi sappiamo tutti com'è finita, a testimonianza del fatto che anche l'Inter sia stata una scelta sbagliata. Tra l'altro con un presupposto simile a quello del Palace: il calcio dell'olandese in Serie A è difficile da proporre e servono tutti i tasselli ambientali a posto.

Una scottatura, nella prima esperienza fuori dall'Olanda, poteva starci. La seconda di fila, ancora peggiore se possibile, indica che de Boer non capisce a cosa va incontro, per qualche motivo che ovviamente non possiamo sapere. E in realtà pure all'Ajax ha prolungato la sua esperienza per qualche anno di troppo quando poteva chiudere in bellezza.
Per farvi un esempio di un tecnico con una filosofia comunque forte che però ha saputo scegliere prendo Luis Enrique. Dopo i problemi a Roma è tornato nella Liga, dove il suo calcio poteva attecchire, e alla fine è tornato al Barcellona. Dopo aver vinto tutto potrebbe anche non allenare più ad alti livelli in stile Rijkaard.

Presunzione, convinzione delle sue idee, chiamatela come volete: al tecnico olandese serve assolutamente qualcuno che gli dia una percezione diversa e più precisa del reale, per evitare continui frontali coi muri. Altrimenti rischia di bruciarsi la carriera già adesso, con meno di 300 giorni da allenatore fuori dal suo Ajax. Certo, sull'esempio di quanto successo a Brian Clough potrebbe scriverci dei libri. Ad oggi ha materiale per due, rischia di diventare una saga.

31 ago 2017

Il bivio di Claudio Marchisio


Claudio Marchisio è indubbiamente un giocatore importante per la Juventus. Ma a questo punto della sua carriera, che pure certamente non è al tramonto, va fatta una distinzione chiara tra l'utilità tecnica effettiva, di campo, e quella di leadership, di immagine ed emotiva.

La carriera di Marchisio infatti è in un momento critico in bianconero. Il Principino ha avuto una crescita impressionante nel corso degli anni, passando da elemento rimasto in rosa quasi per caso in seguito a Calciopoli a titolare fisso con peso sempre crescente. Gli anni di Conte hanno portato la consacrazione come carrillero, per dirla alla spagnola, ma il suo sviluppo sia tecnico, che di personalità, che di comprensione del gioco hanno portato a promuoverlo come nuovo fulcro del gioco della Juventus dopo l'addio di Andrea Pirlo. Un'investitura non di poco conto. Certo, avere accanto Pogba e Vidal aiutava, ma questo non toglie i meriti del numero 8.
L'anno scorso però le cose sono cambiate. Marchisio ha culminato un 2015-2016 piagato dagli infortuni con la rottura del legamento crociato e questo ha chiaramente lasciato un vuoto nel centrocampo di Allegri per il 2016-2017. Non a caso il tecnico ha impiegato mesi prima di sistemare la sua formazione, optando infine per il varo di un nuovo modulo.
Nel 4-2-3-1, come ovvio, c'è però spazio per soli due centrocampisti. E qui nasce un problema, perché tra la necessità di recupero fisico post rottura dei legamenti e l'ottimo rendimento di Khedira, sorprendentemente anche come continuità fisica, e Pjanic all'improvviso non c'era più un posto da titolare per il vicecapitano bianconero. E questa situazione, di fatto, prosegue ancora oggi, una stagione dopo.
Il nodo è che Marchisio è un centrocampista completo, capace di fare tutto, ma che non ha delle qualità tanto spiccate da superare Khedira o Pjanic in qualcosa di specifico tanto da giustificarne il panchinamento costante. E ora ha la concorrenza anche di Matuidi e e il giovane Bentancur alle spalle. Di conseguenza gioca nei ritagli che gli trova Allegri.

Marchisio però non è il Rincon o il Lemina di turno. A livello di leadership e spogliatoio è una figura importante, forse anche decisiva per gli equilibri. Tifoso bianconero, cresciuto nelle giovanili, simbolo della rinascita e delle vittorie post 2006, ha uno status tale che rende la sua presenza in panchina una nota decisamente stonata. E qui subentra il lato emotivo, di immagine. Marchisio non è un giocatore come tutti gli altri soprattutto per i tifosi della Juventus, soprattutto dopo l'addio di Bonucci. Infatti quando ogni tanto escono delle suggestioni di mercato non sono prese bene dalla piazza. Lasciano il tempo che trovano, ma sono un sintomo chiaro: Marchisio in panchina è una storia strana, che non può durare troppo a lungo.

Il lato emotivo, legato a quanto il centrocampista fa presa sul pubblico, e di immagine è totalmente su una via opposta rispetto a quello tecnico. E in queste condizioni una cessione di Marchisio, magari dopo un buon Mondiale 2018, non sarebbe sorprendente da parte di una società come la Juventus. Che non a caso sta cercando ancora altri centrocampisti. 


27 ago 2017

La Plata è una città per vecchi

Il club Estudiantes de La Plata, uno dei più vincenti della storia del calcio argentino e sudamericano, è finito in un paradosso temporale. O almeno voglio sperare sia così, per trovare una spiegazione alla composizione attuale della sua rosa.

Per far capire in modo immediato il motivo dello stupore, basta vedere la formazione della squadra che ha giocato in Copa Sudamericana contro il Nacional: tra i titolari potete leggere Andujar, Desabato, Braña e Fernandez. Quattro nomi che dovrebbero farvi scattare qualche campanello nella stanza dei ricordi.
Tutti e quattro sono infatti a loro modo monumenti del calcio argentino, ed erano titolari sempre nell'Estudiantes, ma nel 2009, nella finale di Copa Libertadores vinta dal club. Vale a dire otto anni fa. E non erano esordienti, ma giocatori nel pieno della loro carriera.
A centrocampo Braña ha sostanzialmente preso il posto del talento Ascacibar, ceduto allo Stoccarda. In coppia con lui gioca Israel Damonte, facilmente riconoscibile per i capelli platinati: anche lui è un prodotto del vivaio, tornato nel 2013 dopo l'esordio nel 2000. Non ha però vissuto l'epopea vincente 2006-2009. Classe '82, i suoi 35 anni vengono rinfrescati appunto da Braña, che è del '79 e si approssima ai 40. Non che per questo abbia smesso di lottare in campo, come ha sempre fatto.
Parlando di Ascacibar, da sottolineare che l'ex talento del club è nato nel 1997, vale a dire l'anno in cui Leandro Desabato, anche lui classe 1979, ha esordito.

Ma la dirigenza della squadra è andata anche oltre con questa personale operazione nostalgia. Sempre tra i titolari contro il Nacional figura anche Mariano Pavone, storico bomber locale con una parentesi anche in Spagna al Betis. Perché la presenza del Tanque (soprannome di diversi veri numeri nove in Argentina, anche se spesso lo si collega a Santiago Silva) dovrebbe aggiungere un altro mattoncino? Perché Pavone ha esordito nell'Estudiantes nel 2000, ed è stato protagonista di un campionato vinto dai Pincharratas. Nel 2006, quando in pachina sedeva Diego Simeone e lui fu anche vice-capocannoniere con 11 reti. Undici anni fa.
Non finsice qui, perché anche dalla panchina c'è un vecchio leone pronto a subentrare, un altro prodotto del vivaio appena tornato in biancorosso, anche lui tra i giocatori campioni nel 2006: el Payaso Pablo Lugüercio, noto anche per la sua lunga militanza nel Racing Avellaneda.


Sembra una trama da film: la squadra del 2006-2009 è stata trasportata nel futuro, e si trova a giocare il calcio del 2017. Chi mai potrebbe aver messo in piedi tutto questo? Chiaramente il simbolo e l'anima di quella squadra, il presidente del club Juan Sebastian Veron, uno che non ha bisogno di presentazioni. E soprattutto, uno che gioca ancora: il 26 dicembre 2016 si è riunito con i dirigenti mettendosi davanti a uno specchio, è tornato dal ritiro e ha firmato un nuovo contratto da giocatore con l'Estudiantes. Presidente-giocatore, con cinque presenze in Libertadores. Occhio a dare per scontato che non torni ancora anche lui, per ritrovarsi coi vecchi amici.

08 giu 2017

Zidane è meglio di quanto si pensi


Sembra passato un secolo, ma Zidane è l'allenatore del Real Madrid "solo" dal 4 gennaio 2016.  Un anno e sei mesi quasi esatti. In questo lasso di tempo il francese ha compiuto un salto di carriera tale da far impallidire persino la parabola di Guardiola, il massimo rappresentante della categoria dei tecnici giovani esplosi in poco tempo. E non solo per le vittorie, ma per la crescita netta delle sue capacità specifiche da allenatore.

Riavvolgendo il nastro infatti ci si dovrebbe ricordare che Zidane allenava il Real Madrid Castilla, la squadra B, senza nemmeno troppo successo. La sua promozione è arrivata dopo l'esonero di Rafa Benitez, e la scelta era dovuta sia al fatto che era già sotto contratto, sia all'importanza della sua figura. Zidane infatti ha l'innegabile vantaggio di essere, appunto, Zidane, cosa che da sempre oltre al resto dispone singolarmente bene Florentino Perez. Avere il presidentissimo del Real schierato dalla propria parte è di solito un ottimo punto di partenza.
Subentrando a un tecnico come Benitez, sicuramente capace tatticamente, ma altrettanto spigoloso nei rapporti, il suo compito era abbastanza chiaro: riportare serenità in una rosa stellare. Un ruolo principalmente psicologico, da gestore più che allenatore, perché per il resto al Real non serviva chissà quale invenzione, ottimamente svolto da Zidane, tanto da portare un gruppo che sembrava allo sbando a un'inaspettata vittoria in Champions League. Guarda caso il trofeo preferito di Florentino, che tanti anni fa volle proprio il trequartista francese per vincerla.

Malgrado la vittoria però un anno fa era difficile considerare Zidane un grande allenatore. Vincere è sempre un merito, ma il cammino in Champions non era stata proprio una cavalcata trionfale, e la squadra aveva mostrato parecchi limiti praticamente in ogni partita, pur riuscendo a sfangarla. Forse la gara meglio gestita era stata la finale contro l'Atletico, vinta comunque ai rigori: un primo indizio delle capacità specifiche del francese nelle gare secche (oltre che del suo status di predestinato).

Partendo dall'inizio Zidane poteva sciogliersi alla Di Matteo. E invece il 2016-2017 è stato l'anno della sua consacrazione.
Il primo Real Madrid che possiamo definire compiutamente suo ha mostrato tali e tanti segni di miglioramento da costringere a riconsiderare lo status dell'ex fuoriclasse anche da allenatore: non è solo un gestore, è proprio bravo ad allenare una squadra del livello del Real Madrid. In particolare grazie a una capacità tanto unica quanto rara: ZZ lascia uno spartito tattico relativamente semplice, senza le elucubrazioni alchemiche di un Guardiola, in cui la squadra si muove ormai a memoria, per poi concentrarsi su soluzioni specifiche da sfruttare nelle gare più importanti, sia all'inizio che a gara in corso. Certamente la qualità dei suoi uomini lo aiuta, ma avere la disponibilità dei fuoriclasse a questi livelli è un ulteriore merito.

Così come è da considerare un merito la gestione degli uomini a disposizione, perché Zidane, dopo aver cercato e trovato l'equilibrio, ha saputo prendere decisioni pesanti. Lo dimostra in parte lo spazio trovato a un giovane come Asensio o quello ritagliato per Lucas Vazquez, lo confermano soprattutto le scelte, anche dolorose, nei confronti di acquisti onerosi come Kovacic, Danilo e soprattutto James Rodriguez. Ma il vero emblema della gestione Zidane è stata la decisione di utilizzare Isco a discapito di Gareth Bale in finale di Champions League. Vero che il gallese è stato quasi autoescluso dagli infortuni, ma l'allenatore transalpino ha saputo comunque resistere alla pressione dell'ambiente, ottenendo un trionfo sia dal punto di vista tattico, che da quello "gestionale".

Punto finale a favore, la gestione dei minuti di Cristiano Ronaldo. Non è un tema tipico del calcio, ma Zidane ha fatto in modo di avere il suo giocatore di riferimento (con buona pace di tutti gli altri fenomeni) riposato e il più possibile fresco proprio nel finale di stagione. Forse non è un caso che Ronaldo abbia giocato la sua miglior finale di sempre malgrado i 32 anni.

La figura di Zidane è cresciuta a trecentosessanta gradi, e ora tutti devono fare i conti con lui.

06 giu 2017

La Juventus e il centrocampo


Partiamo da un riassunto estremamente sintetico: la Juventus ha un problema a centrocampo.
La cosa non è percepibile a livelli "normali" perché i bianconeri sono superiori agli avversari appunto "normali" (leggi, principalmente, la Serie A al completo), ma quando si alza il livello la tassa si paga. Chiedere a Casemiro, Modric e Kroos.

Il problema, come spesso capita, nasce da lontano. Negli ultimi anni il club ha dovuto ovviare alle partenze di Pirlo, Vidal e Pogba, tutti giocatori di grande spessore anche se per motivi diversi. Colmare un simile vuoto non è semplice nemmeno per una squadra molto solida sul campo e altrettanto preparata a livello dirigenziale.
In particolare Pjanic, uno dei grandi acquisti della scorsa estate, pur con alcuni colpi indubbiamente di alta qualità, non ha mostrato il livello necessario, e infatti ha peregrinato per il campo alla ricerca del ruolo più congeniale (una costante della sua carriera).
Non a caso nel corso di questa stagione Allegri ha preso una decisione precisa: cambiare modulo passando come riferimento principale dal 3-5-2 al 4-2-3-1. Il motivo non era unicamente di sfruttare il potenziale offensivo al meglio, ma soprattutto di risolvere il problema del centrocampo.
Nei primi mesi di stagione infatti il tecnico ha faticato non poco ad assemblare i vari Khedira, Marchisio (quando disponibile), Pjanic e compagnia di secondo piano, scegliedo a un certo punto di risolvere il problema semplicemente eliminandolo. La Juventus ha spostato il suo baricentro, e di conseguenza i dilemmi della fase difensiva altrui, dalla propria mediana alla propria trequarti offensiva. L'intuizione di Allegri è stata per certi versi geniale.
Ha funzionato, ma in realtà la questione centrocampo è rimasta aperta, per quanto mascherata.

Giocare a 2 o a 3 in mediana non è la stessa cosa, specie cambiando anche l'assetto difensivo. Khedira e Pjanic, i titolari di Allegri, si sono disimpegnati anche bene fino al secondo tempo della finale di Cardiff, sfruttando gli spazi e l'attenzione che la nuova linea offensiva pesante gli ha concesso. Meno attenzioni, più rendimento. Ma proprio su loro due la Juve deve riflettere: vanno bene o vanno cambiati per cercare un upgrade? E se sì, con chi?
La questione non è affatto semplice. Khedira nella sua carriera è sempre stato un magnifico role player sia in nazionale che nei club, ma Allegri quest'anno, con questo modulo, gli ha chiesto qualcosa in più. Nel breve ha anche funzionato, ma in futuro? Il tedesco è un classe '87 e questa stagione senza infortuni è un'eccezione nella sua carriera. Prenderà in mano lui il reparto? E come?
Pjanic dal canto suo semplicemente è Pjanic. Un magnifico talento, che vive di colpi, sprazzi, intuizioni, singole partite. Può essere acceso o spento, e non c'è modo di saperlo prima. Nemmeno il più organizzato, solido e in definitiva forte sistema bianconero è riuscito a normalizzare il suo rendimento. I lampi singoli possono bastare in partite di minor livello (e ripeto, questo basta per vincere il campionato allo stato attuale delle cose), ma per cercare un salto di qualità non si può vivere di scommesse continue. Chiaramente non sarà ceduto, ma è difficile che un giocatore così possa prendere in mano il reparto.
Ci sarebbe poi un certo Marchisio, per certi versi il grande assente della Juventus 2016-2017. Il numero 8 è stato il grande sacrificato di Allegri sull'altare del nuovo modulo: lui che nel 3-5-2 doveva essere, mutatis mutandis, l'erede di Pirlo con solo due posti non è più stato la prima scelta, magari anche per i problemi fisici. Di fatto è stato retrocesso, e anche questa situazione richiederà una scelta precisa: si ripartirà da Marchisio? Togliendo chi? Diventerà definitivamente un'alternativa? 
Proprio per le lacune di loro tre, fisiche, tecniche o di altro genere che siano, Allegri ha deciso di cambiare modulo rimandando il problema. Ma in estate qualcosa dovrà succedere.

Gli avversari poi, dopo aver sofferto per mesi la nuova struttura tattica, naturalmente lavoreranno per adattarsi, e allora la vita dei due mediani potrebbe diventare all'improvviso più difficile.
La coperta è più corta di quello che sembra, e vive di un ulteriore fattore esterno al centrocampo in senso stretto: il lavoro fisico di Mandzukic lo può fare solo Mandzukic. Ma anche il croato è un punto interrogativo per il futuro, almeno come titolare, soprattutto se la Juve cercasse più qualità offensiva. Con Mario fuori dal campo il lavoro dei due mediani potrebbe essere ancora più tassante, lasciando un buco imprevisto, e troppo grande, nel centrocampo bianconero.

25 apr 2017

Il Barcellona e il dilemma Messi

Il Barcellona è in un momento sportivo non semplice, specie per le altissime aspettative legate al club nell'ultimo decennio. Ma l'immediato futuro promette di essere ancora più complicato, per una serie di motivi tutti collegati a un solo nome: Lionel Messi.

Partendo dalle cose ovvie, le fortune del Barcellona negli ultimi anni sono strettamente legate al rendimento del suo fuoriclasse col numero 10, e di conseguenza ai suoi umori. Messi infatti ha un carattere particolare, probabilmente più difficile di quello che mediamente si pensa, che influenza parecchio il suo rendimento sul campo.
Coinvolgerlo e convincerlo sono in realtà i primi obiettivi di chiunque si voglia sedere sulla panchina dei blaugrana, perché se Messi è disposto a sacrificarsi e fare certe cose il panorama cambia anche in una rosa del livello del Barcellona. O meglio è più influente il rovescio della medaglia: una Pulce capricciosa comporta una serie di problemi tale da far crollare gran parte del castello malgrado una rosa del livello del Barcellona.
Non è un caso che la storia di Luis Enrique come allenatore sia totalmente cambiata quando Messi, per qualche motivo, ha deciso di tornare a giocare sull'esterno di destra, lasciando a Suarez il ruolo di centravanti. La stagione 2014-2015 non era iniziata così e senza quello spostamento solo in apparenza ininfluente è probabile che il Barcellona non avrebbe centrato il suo secondo triplete.
Come l'allenatore lo abbia convinto è una cosa che sanno solo Luis Enrique e il suo attaccante argentino. In compenso in questa stagione, a due anni di distanza, Messi ha presentato il conto: a un certo punto, ancora per motivi che può sapere solo lui, è entrato in sciopero e l'allenatore ha potuto solo adeguarsi, varando una formazione senza capo né coda col solo scopo di compensare tutto quello che Messi non aveva (più) voglia di fare. Se lo vedete giocare in questo periodo, il 10 è parecchio statico in zona centrale, o sulla trequarti o verso l'area di rigore, pur mantenendo la pericolosità propria dei fuoriclasse. Gli altri devono girargli attorno, sia per cercare spazi sia per coprire il campo (che molto spesso per il Barcellona di oggi è diventato lunghissimo).

Questo è il presente, e vede il Barcellona comunque in corsa per campionato e Copa del Rey, con "solo" un'eliminazione brutta e cocente in Champions League come ferita aperta. Ma i veri problemi inizieranno allo scadere della stagione 2016-2017. Vale a dire quando Messi entrerà nell'ultimo anno del suo contratto col club. Avere il proprio simbolo nonché uno dei migliori giocatori di sempre libero a zero nel 2018 ha fatto scattare tutti gli allarmi in casa catalana già da qualche mese. La situazione però è intricata, più di quanto tutti vorrebbero.

Messi attualmente è il giocatore che guadagna di più al mondo. E una fetta importante di questi guadagni viene dallo stipendio che gli versa mese per mese il suo club. L'argentino si è procurato questo riconoscimento sul campo, ma nel 2018 lui che è del 1987 avrà 31 anni e dovrà firmare l'ultimo contratto veramente importante della sua carriera. Il che, di solito, fa rima con cifra più alta possibile.
Il Barcellona cosa ne pensa? Il club, malgrado sia uno dei più ricchi al mondo per fatturato, non è in condizione di far firmare il suo fuoriclasse di riferimento in bianco, perché il bilancio è una cosa seria e Messi non è l'unico che deve essere pagato mensilmente. Anzi a quanto pare la dirigenza sarebbe proprio dell'idea di chiedere un sacrificio: ti abbiamo preso a 13 anni, ti abbiamo curato, ti abbiamo dato tutto, grazie anche a te del contributo, ma ora che sei all'ultimo contratto lungo ci fai uno sconto. Che magari vuol dire firmare "solo" per 25 o 30 milioni, ma comunque uno sconto.
Due posizioni chiaramente distanti, che infatti al momento non stanno trovando un punto di incontro. Schermaglie normali in affari di queste dimensioni? Forse, ma come dicevamo prima occhio al carattere di Messi: se le cose non vanno come dice lui può anche scegliere di chiudere i discorsi. A risentirci tra un anno, quando sarà praticamente in scadenza e con qualche offerta da capogiro per le mani come obbligo per i catalani.

E qui torniamo al discorso tecnico: Luis Enrique, vale a dire l'uomo che ha rivitalizzato il Barcellona post Guardiola anche grazie al suo rapporto con Messi, a fine stagione lascerà la panchina blaugrana. E il prossimo tecnico andrà scelto anche, se non solo, in base al gradimento di Messi, come già successo nel caso più evidente per Martino.
La scelta sarà indirettamente un elemento intangibile del rinnovo: la dirigenza cercherà di accontentare l'argentino per farlo rimanere o agirà in previsione di un suo possibile addio?

Il coltello dalla parte del manico sembra averlo Messi per status anche coi tifosi, influenza sui risultati, storia personale. Una tradizione del Barcellona però è cedere i propri simboli appena entrano in parabola discendente, per sostituirli con qualcuno degno di raccoglierne l'eredità. Messi, ad esempio, ha rilevato maglia e ruolo di Ronaldinho. E Neymar sembra non aspettare altro. Succederà ancora?