30 apr 2011

Real Madrid - Barcellona, match 2 di 4

Josè Mourinho ha vinto. 1-0 ai supplementari (Cristiano Ronaldo), è vero, difendendosi e soffrendo, verissimo, ma ha vinto, confermandosi quasi imbattibile nelle partite secche con un trofeo in palio. Ha portato la Coppa del Re a Madrid dopo 18 anni, e a Perez il suo primo titolo dai tempi di Del Bosque. Battendo il Barcellona.

L'andamento della gara era stato stabilito dall'ultimo incontro in campionato. Mou conferma la sua scelta tattica il cui cardine è un eccezionale Pepe in mediana, inserendo però Ozil in attacco come punta molto atipica. Tanta difesa, tanta aggressività, pressing e ripartenze verticali fulminee, soprattutto con Cristiano Ronaldo.
Il primo tempo è una sua vittoria tattica e mentale completa. Il Barcellona soffre, e tanto, concedendo due occasioni abbastanza chiare al numero 7 (comunque troppo solo in avanti) e un palo allo scatenato Pepe. Il Barcellona fatica ad attaccare e fare gioco, ma ha la pazienza di aspettare forte di una grande convinzione nei proprio mezzi. E il secondo tempo da ragione alla squadra di Guardiola, che riesce a ribaltare la situazione. Il Real cala fisicamente, abbassa il baricentro e la differenza si sente. Il gol annullato a Pedro è solo una delle occasioni capitate alla squadra di Messi, e serve un grande Casillas per evitare il vantaggio blaugrana. Grazie anche alla presenza di Adebayor come riferimento offensivo negli ultimi minuti il Real alza la testa e riesce a ripartire creando qualche apprensione alla difesa avversaria. I regolamentari finiscono 0-0, ma la partita ha già detto tanto.
I supplementari tornano equilibrati, col Real a spaventare Pinto grazie a sprint velenosissimi di CR7. La squadra blanca ha tanta voglia e si vede. Non concedono nulla, ma ci mettono anche la qualità. Bellissimo il triangolo tra Marcelo e Di Maria, che va al cross per la testa di Cristiano per il gol che vale un titolo. Proprio l'argentino è encomiabile per il sacrificio in copertura su Alves.

Il fortino tiene e a Madrid festeggiano. E adesso?

29 apr 2011

Nei

Claudinei Cardoso Felix Silva, più semplicemente Nei, è il numero 4 del club campione del Sudamerica, l'Internacional di Porto Alegre. Attualmente è il miglior terzino destro del Brasile.
Nato nel 1985 è un giocatore maturo e esperto, un'arma micidiale sulla fascia per la sua squadra.
La capacità di spinta è sempre stata la sua caratteristica principale. Grandissima corsa, ottimi tempi nello sganciarsi, rapidissimo a partire da fermo e veloce palla al piede, uniti a un buon dribbling e tecnica di cross. Sa anche attaccare la profondità e muoversi senza palla.
Spesso ha avuto il problema di essere troppo offensivo, ma con Paulo Roberto Falcao in panchina ha dimostrato grande intelligenza tattica. Il nuovo allenatore gli ha infatti chiesto di difendere e stare più bloccato e il ragazzo ha risposto obbedisco, mettendo in mostra spirito di abnegazione, capacità difensive, ottimo senso dell'anticipo e margini di miglioramento notevoli.

Il giocatore ha talento, intelligenza e una certa maturità. Che sia pronto al salto in Europa?

25 apr 2011

Danilo Luiz da Silva

Si parla tanto del Santos negli ultimi mesi, e a furia di studiare questa squadra si scopre che c'è anche qualcosa oltre i pubblicizzatissimi Ganso e Neymar.

Soprattutto, c'è il numero 22 Danilo.
Il ragazzo nato il 15 Luglio 1991 ha iniziato nell'America di Belo Horizonte e si è imposto come giovane rivelazione della squadra mineira, tanto da essere notato decisamente in fretta dal Santos.
Nella squadra paulista si ritaglia presto uno spazio destinato a diventare sempre più importante.
Buon fisico (184cm), grande corsa sia in fase difensiva che a supportare l'attacco, capacità di inserimento, progressione palla al piede, tecnica e buona visione di gioco soprattutto palla a terra le sue doti principali, che ne fanno un elemento poliedrico e decisamente prezioso. Nasce terzino destro, ma presto trova in mediana il suo ruolo principale, con qualche rara apparizione anche come esterno alto. Ultimamente ha iniziato a trovare anche la via del gol, mostrando ulteriori margini di crescita sotto il profilo offensivo.

Giovane si, ma con personalità e carattere. Si è imposto titolare appena arrivato, ha segnato gol importanti in Copa Libertadores, riesce a farsi notare giocando affianco ai maggiori talenti oggi in Brasile.
Ne sentiremo parlare.

17 apr 2011

Real Madrid - Barcellona, match 1 di 4

Il clasico in Spagna si sa, è partita molto sentita. Real Madrid e Barcellona, due squadre fortissime, due filosofie, due storie vincenti, due nazioni, Guardiola contro Mourinho, Messi contro Cristiano Ronaldo. Figuriamoci che succede quando in quattro incontri le due squadre si giocano di fatto tutta la stagione. Una partita di campionato, andata e ritorno in semifinale di Champions League, finale di Copa de su majestad el Rey. Tre tituli, direbbe Mou, per un derby lungo quattro partite.

Il primo match è stato in campionato. Partita poco influente a livello aritmetico per il vantaggio di otto punti del Barcellona, ma importante psicologicamente per i recenti risultati del Real in questa partita. Con Guardiola in panchina infatti, il Barcellona aveva sempre vinto e all'andata aveva raggiunto l'apoteosi nell'ormai famosissimo 5-0 della manita. Il pareggio finale, 1-1 siglato da Messi e Cristiano Ronaldo entrambi su rigore, non cambia le sorti di un campionato che in ogni caso era chiuso, ma da decisamente il via a una serie di fuoco, perchè questa era l'unica delle future sfide a non mettere direttamente in palio qualcosa, quindi al di la del risultato serviva dare dei segnali.

Il Real Madrid ha raggiunto il pareggio dopo essere andato sotto e rimasto in dieci uomini per l'espulsione di Raul Albiol. Psicologicamente il Real ha dimostrato di non soffrire più la corazzata catalana. Va bene il loro possesso palla (70% anche in trasferta a Madrid), va bene la superiorità nello sviluppare il gioco, ma la squadra di Mou era in campo con testa e cuore. Ha subito il gol, ha sfiorato due volte il pari (salvataggio sulla linea e palo su punizione) e con un uomo in meno ha creato occasioni per pareggiare, ma anche per vincere. Con Ozil e Higuain dall'inizio e in undici chissà...

Il dado è tratto, la sfida lanciata. Il Barcellona è ancora superiore, lo dice la classifica di oggi e le vittorie del recente passato. Ma a Madrid vogliono lottare. Che Messi (primo gol a una squadra di Mourinho) e Cristiano Ronaldo (primo gol al Barcellona) siano riusciti a sbloccarsi proprio adesso è un segnale che promette spettacolo. E non dimentichiamo che il vate di Setubal è arrivato sulla panchina blanca proprio grazie a una vittoria sul Barcellona.

14 apr 2011

Ma Philippe Coutinho?

Philippe Coutinho è stato acquistato dall'Inter ormai tre anni fa, quando ancora minorenne mostrava tanto talento da essere considerato una delle più grandi promesse del Brasile pur giocando in una squadra non di primo spessore come il Vasco da Gama. A 18 anni è arrivato in Italia con poca esperienza, tanta voglia di imparare e un futuro da scrivere sulla base delle sue doti. A quasi un anno di distanza mi interessa parlare della sua gestione più che dei risultati ottenuti.

Con Benitez il ragazzo era di sicuro considerato, qualcuno direbbe anche troppo. Di fatto costretto a essere la prima riserva dell'attacco per com'era strutturata (male) la rosa quando non direttamente il titolare, questo ragazzo classe 1992 (ricordiamolo) si è trovato all'improvviso catapultato nel calcio che conta senza avere il tempo di ambientarsi nè tecnicamente nè soprattutto fisicamente. Dai campionati statali brasiliani alla Champions League senza passare dal via. Con in più alte aspettative dei tifosi, che quando sentono parlare di talento pretendono subito che il ragazzo entri in campo e trascini la squadra con gol e giocate continue, altrimenti è un bidone. In un periodo in cui la squadra era decimata dagli infortuni e con problemi di risultati e gestione tecnica non era certo facile entrare nel calcio europeo.

Alla vigilia del Mondiale per Club si è infortunato al bicipite femorale, restando fuori per due mesi. Al suo ritorno c'era un trofeo in più in bacheca, ma anche un nuovo allenatore. Il collegamento Leonardo-giocatori brasiliani è facile e spesso se ne abusa. Così anche dalla sua gestione di Coutinho ci si aspettava qualcosa di più, qualche tocco magico che solo chi parla samba può regalare. Invece la gestione del ragazzo ha perso ogni logica. Rientrato dall'infortunio è stato lanciato titolare a San Siro contro il Palermo e dopo un primo tempo in cui la squadra era sotto 0-2 è stato scelto come capro espiatorio da Leonardo, che l'ha sostituito, e dalla tifoseria tutta. Non importa come avesse effettivamente giocato quella partita, che fosse alla prima partita dopo l'infortunio o che realmente avesse fatto qualcosa di buono. La sentenza era emessa. Come risultato il ragazzo non ha più visto il campo.

Si possono fare mille congetture su lavori tattici e fisici specifici (e in effetti una crescita fisica l'ha avuta) finalizzati a migliorarne il rendimento. Ma se evidentemente non lo si riteneva pronto, perchè riproporlo in campo solo contro il Bayern a Monaco, in un ottavo di Champions, in trasferta, sotto 2-1? Una situazione quantomeno difficile per ambiente e momento della squadra, che rischiava di bruciare anche un giocatore con esperienza visto che il margine di errore era più o meno zero. Invece per fortuna e talento la partita è finita bene e Philippe è riuscito quantomeno a giocare. E se credete sia poco vuol dire che non state considerando adeguatamente tutte le condizioni di contorno. Dopo una simile dimostrazione di fiducia dall'allenatore, ci si aspetterebbe qualche presenza. E infatti qualche spezzone nei finali di partita arriva, senza pretese, ma almeno toccando un paio di palloni. Salvo dopo due partite tornare nell'elenco dei dispersi. Addirittura finendo non più in panchina, ma in tribuna per tre partite consecutive, pur essendo uno dei pochi ad essersi allenato ad Appiano non avendo impegni con le nazionali. E la naturale conclusione di questo percorso qual è? Messo in campo negli ultimi minuti a Gelsenkirchen al posto di Sneijder quando si devono segnare quattro gol per passare il turno. E ovviamente la colpa diventa sua perchè non è riuscito a inventare niente... Tutto normale per voi?

12 apr 2011

Fernando Forestieri

Stagione 2006-2007: Fernando Forestieri, El Topa (così lo chiamano), arriva a Genova con la nomea di bambino prodigio, fa cose strepitose in primavera vincendo un Viareggio e sembra destinato ad una carriera di assoluto livello. Le cose non vanno come previsto: Fernando, oltre alle due squadre che al momento si dividono il suo cartellino (Udinese e Genoa) gira 3 squadre (Vicenza, Malaga, Siena) senza mai trovare continuità. Sembra essere l'ennesimo giocatore sopravvalutato, l'ennesimo bimbo prodigio che però fatica fra i grandi. E fino a Gennaio, infatti, era così.

Poi cosa succede? El Topa passa all'Empoli, gioca, inventa e mostra una crescita continua partita dopo partita. Fino ad arrivare alla meritata convocazione in Under 21 italiana. La storia di Forestieri è controversa: è nato a Rosario, in Argentina. Ma l'ha abbandonata a 16 anni, in Argentina hanno quasi ucciso il fratello ed è per questo che ha scelto di giocare per l'Italia.

Fernando può giocare su tutto il fronte offensivo, da trequartista, da seconda punta o addirittura da esterno puro. Ha personalità, e la usa per colpire l'avversario con il suo ottimo dribbling, mai fine a se stesso. Non è molto alto (171 cm) ma è esplosivo, veloce, abbastanza "tosto" fisicamente parlando. A Empoli spesso manda in porta i compagni ma "vede" anche la porta, pur preferendo l'assist alla conclusione personale.

Il ragazzo è in comproprietà fra Genoa e Udinese. Se potesse scegliere, El Topa, sceglierebbe Preziosi. A cui deve molto: il presidente ha sempre spesso parole bellissime, l'ha sempre indicato come il futuro dei liguri. E forse non aveva torto.